Così 42 anni fa Cesare Battisti uccise con il revolver da ricchi il poliziotto proletario Andrea Campagna (video)

martedì 20 Aprile 19:43 - di Paolo Lami
CESARE BATTISTI

Gli sparò Cesare Battisti. Cinque colpi in sequenza con una Phyton 375 Magnum, soprannominata la “Rolls Royce dei revolver colt“. Una pistola da ricchi. Nulla più di questo racconta meglio la follia di quel gesto. E la distanza siderale che divideva Cesare Battisti , il fighetto, spregiudicato, sanguinario assassino dei Pac, i sedicenti Proletari Armati per il Comunismo, dalla sua povera vittima, il giovanissimo poliziotto  Andrea Campagna, lui sì vero proletario, ammazzato esattamente 42 anni fa, al popolare quartiere della  Barona,  periferia sud di Milano, quando aveva appena 25 anni. E guardava con la speranza di un ragazzo al suo futuro e a quello della sua famiglia.

Mio fratello ucciso da Cesare Battisti nel giorno in cui si era comprato l’Alfasud. I veri proletari eravamo noi”, disse amaramente tempo fa, intervistato dal Corriere, Maurizio Campagna, fratello di Andrea.

Dietro alle spalle Andrea Campagna, pur giovanissimo, aveva già grandi sacrifici quando chiuse gli occhi per sempre.
La sua famiglia veniva da da Sant’Andrea Apostolo dello Ionio, in provincia di Catanzaro. E, come tante altre famiglie di emigrati meridionali, in quel periodo – a cavallo degli anni ’60 – aveva intrapreso il viaggio della speranza da sud a nord, a Milano.
Prima il papà Giuseppe, da solo. Poi, undici anni dopo, quando ha finalmente un lavoro da guardia giurata e una minuscola casa, anche il resto della famiglia, compreso Andrea. Che, terminata la leva, riesce a vincere il concorso e ad entrare in polizia.
E’ un agente semplice, Andrea. Ha un semplice incarico di autista. Nessuno può neanche lontanamente immaginare che quel ragazzo calabrese dai folti baffi neri possa rappresentare l’obiettivo privilegiato dei figli di papà che giocano a fare i rivoluzionari nei Pac.

La scintilla che accende tutto è un servizio del Tg2 nel quale si vedono alcuni agenti della Digos, fra cui Andrea Campagna, scortare alcuni sospetti terroristi della Barona. Cesare Battisti e i suoi complici si fissano bene in mente quelle facce inquadrate dalle telecamere della tivvù di Stato. E meditano vendetta.

Il 19 aprile 1979 Andrea esce da casa della fidanzata, Cecilia, assieme al suocero, Lorenzo Manfredi, calzolaio pugliese, anche lui emigrato a Milano. Famiglia umile e semplice, come quella di Andrea. Famiglie di emigrati, veri proletari, solidi lavoratori che ogni sera devono portare la pagnotta a casa.
Si può immaginare qualcosa di più folle e assurdo? Si può immaginare che questa gente, partita dal sud Italia, lasciandosi alle spalle parenti, amici, case, tradizioni, affetti, per migliorare la propria esistenza, possa soffrire un lutto, portato da sedicenti proletari nel nome della rivoluzione?

No che non si può immaginare. Eppure succede anche questo. Così come accadrà che gli assassini che sconvolgono le vite e l’esistenza di queste persone umili e semplici, vengano protette e coccolate e perfino sottratte alla Giustizia e al carcere, da quella feccia di pseudointellettuali di sinistra che, all’epoca, durante gli anni di piombo, offrivano calda solidarietà agli aguzzini, purchè di sinistra, e la negavano alle vittime. Come accadde in tanti casi. Come accadde a Primavalle, sulla pelle dei fratelli Mattei.

Quel 19 aprile, dunque, Andrea lascia, ignaro, la casa del suocero alla Barona dove è stato a pranzo assieme alla fidanzata. Deve accompagnare il papà di Cecilia al lavoro, alla sua bottega da ciabattino.
Nascosto dietro a una Fiat 500, a via Modica, c’è Cesare Battisti che lo attende armato. In pugno ha la “Rolls Royce dei revolver colt“.
Per giustiziare un proletario deve essere sembrata la scelta giusta a Battisti. Che ha alle spalle già l’oicidio del gioielliere Pierluigi Torreggiani. Anzi, già che c’è, perchè non ammazzarne due di proletari con quell’arma da ricchi? Il suocero di Andrea si salverà solo perché, dopo i 5 colpi scaricati da Battisti sul giovane poliziotto, l’arma si incepperà.

A far da palo a Battisti per la sua azione infame c’è Giuseppe Memeo. Che, molti anni dopo, racconterà la dinamica del delitto incastrando Battisti. Che si professava innocente per scampare all’ergastolo..

Battisti dunque fece fuoco contro Andrea Campagna appena questi mise piede fuori dal portone dell’abitazione della fidanzata. Che racconta così quegli attimi drammatici: “Mi affacciai e vidi correre un ragazzo con la pistola in mano. Mio padre iniziò a rincorrerlo. A un tratto vidi Battisti girarsi e puntargli la pistola contro».

Battisti e i suoi complici fuggirono a bordo di una Fiat 127. Andrea fu portato di corsa all’ospedale.  dove morì. I Pac rivendicarono l’omicidio parlando di quel ragazzo come di un “torturatore di proletari“. Lui che era un vero proletario. E che con i proletari c’era cresciuto assieme.

Quell’omicidio fu l’ultimo dei Pac, l’ultimo tratto di una lunga scia di sangue. E creò una frattura all’interno dell’organizzazione terroristica. Fu il gesto inutile e vigliacco di un fighetto malmostoso ubriaco di ideologia.

Andrea, raccontò Cecilia nel 2011 in un’intervista al giornalista Francesco Oggiano, “era una persona generosa, amata da tutti. I primi ad abbracciarlo erano proprio i membri del Pac. Quei terroristi che odiavano la Polizia erano gli stessi che la sera si scambiavano pacche sulle spalle con il mio Andrea. Certo, sapevano che era un poliziotto e più di tanto non si sbottonavano, ma lo consideravano un ragazzo come loro. Loro non digerirono mai quell‘omicidio. Per questo Battisti decise autonomamente. E fu lui, in prima persona, a ucciderlo. Da solo”.

Nell’81 il muro di omertà dei Pac si sgretolò dopo che già gli investigatori avevano iniziato a sospettare che l’omicidio Torreggiani e quello di Andrea Campagna erano fra loro collegati grazie, anche, al ritrovamento di una 357 Magnum che firmava entrambi i delitti.

Furono alcuni pentiti, fra cui Pietro Mutti, a inquadrare la vicenda raccontando com’erano andate davvero le cose.
Nel 1985 arrivarono le condanne, gli ergastoli. Ma Cesare Battisti, protetto dal vigliacco piagnisteo dei sedicenti intellettuali di sinistra, dalla dottrina Mitterand e anche da una rete logistica tentacolare, era già latitante. E lo rimarrà, beffardo e sicuro della sua impunità, fino al 12 gennaio 2019. Quando verrà arrestato in Bolivia. E riportato in Italia.

Commenti

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  • Carlo Mondini 21 Aprile 2021

    Era ora che ritornava in Italia a scontare la pena dato che èra sempre protetto dalla sinistra dell’epoca e ancora oggi pensa di passarla liscia…

  • giorgio rapanelli 21 Aprile 2021

    Nuovi Cesare Battisti si stanno formando con il nuovo odio verso i nuovi proletari che ormai trovano difesa solo nel centrodestra. O, meglio, solo a Destra.
    Stiamo assistendo inermi ad una difesa pacchiana del crimine spicciolo, come servizi televisivi anti-regime stanno dimostrando, che colpisce cittadini onesti e inermi da chi dovrenne intervenire: magistratura e forze dell’ordine.
    Salvini apra la bocca per denunciare che una parte governativa, con cui collabora, tollera i misfatti di comuni criminali verso i cittadini. Aspettiamo forse che i criminali si riuniscano in bande violente e assassine, coperte da motivazioni ideologiche, già enunciate dalla cosiddetta Sinistra, tipo “antirazzismo”, “Antiomofobia”, “antisovranismo”?

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