Censura addio, finita l’era di tagli e scomuniche di Stato: da Visconti a Totò, ecco i film finiti all’indice

martedì 6 Aprile 12:22 - di Priscilla Del Ninno
censura e film

Censura e film, un’unione forzata scoppiata in un divorzio definitivo. L’addio alla censura libera definitivamente gli artisti dall’incubo della scure dei tagli e dei divieti. E riporta alla mente gli ultimi, struggenti minuti di Nuovo cinema Paradiso di Tornatore, con il protagonista che si commuove fino alle lacrime alla proiezione della pizza lasciata per lui dal proiezionista Philippe Noiret. Un regalo speciale, che lega in una lunga sequenza i pezzi di pellicola tagliati e montati con i baci e gli abbracci “scabrosi” dell’epoca e, in quanto tali, finiti sotto le cesoie della censura. Un viaggio per immagini nella storia del cinema e del cammino di un Paese intero, riletto sul grande schermo, scrigno magico di sogni e speranze di tutti.

Censura e film, il lungo viaggio del cinema e degli italiani al confine tra lecito e sconveniente

Un percorso, etico e artistico, che con l’abolizione definitiva della censura in Italia annunciata da Dario Franceschini, pone fine a «quel sistema di controlli e interventi che consentiva ancora allo Stato di intervenire sulla libertà degli artisti», per usare le parole del ministro. Un viaggio che supera, definitivamente, il confine tra lecito e e sconveniente. Un cammino lungo e penalizzante, quello del cinema alla conquista dell’emancipazione da divieti e tagli, partito dalle denunce di tutti i film di Pier Paolo Pasolini. Che ha raggiunto il suo apice con la condanna – con tanto di distruzione delle bobine – di Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci. E passato per le tappe censorie in cui sono incorsi, tra i tanti, film come Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti. O Il pap’occhio di Renzo Arbore. Un itinerario, quello dei tagli nella censura, che ha accomunato in un’unica stazione di sosta, capolavori e opere decisamente modeste.

Censura e film: tagli amputazioni e vere scomuniche di Stato

Un comune denominatore che, come ricorda in queste ore l’Adnkronos, tra amputazioni e rimaneggiamenti forzosi, non ha risparmiato titoli del calibro di Gioventù perduta (1948), o Il cammino della speranza (1950), di Pietro Germi. Fuga in Francia (1948) di Mario Soldati. Adamo ed Eva (1950) di Mario Mattoli. Totò e i re di Roma (1952) di Steno e Mario Monicelli. Anni facili (1953) di Luigi Zampa. Senso (1954) di Luchino Visconti. Totò e Carolina (1955) di Mario Monicelli. Le avventure di Giacomo Casanova (1955) di Steno. I vinti (1953) e Il grido (1957) di Michelangelo Antonioni. L’assassino (1961) di Elio Petri. Così come tanti altri film, partoriti dal genio creativo di maestri illustri della nostra scuola cinematografica, che per ottenere il visto subirono tagli pellicole. Tra i tanti, Rocco e i suoi fratelli (1960) di Visconti. I dolci inganni (1960) di Alberto Lattuada. L’avventura (1960) di Antonioni. La giornata balorda (1960) di Mauro Bolognini.

Una mannaia che la sinistra non ripose in cantina

Una mannaia che neppure i governi di centro-sinistra furono capaci di riporre definitivamente in cantina. E che rispuntò fuori in una riforma che, per quanto soppresse delle limitazioni e circoscrisse il raggio dell’azione censoria, non impedì che venisse imposta a molti titoli la lettera scarlatta dell’offesa al buon costume. Tanto che, contro i film approvati dall’apposita commissione del Ministero del Turismo e dello Spettacolo, ebbero buon gioco le insurrezioni di procuratori. Singoli cittadini e associazioni che, appellandosi al codice penale, chiesero il sequestro delle opere ritenute “indecenti”. Un fenomeno a causa del quale finirono alla gogna, denunciati per offesa alla morale, moltissimi lavori di Pier Paolo Pasolini: da Mamma Roma (1962) a La ricotta (1963). Da Teorema (1968) a Il Decameron (1971).  Fino al visionario Blow-up (1966) di Antonioni. I diavoli (1970) di Ken Russell. Soffio al cuore (1971) di Louis Malle. La proprietà non è più un furto (1973) di Elio Petri. E persino: La grande abbuffata (1973) di Marco Ferreri. Novecento (1976) di Bertolucci. Il portiere di notte (1974) e Al di là del bene e del male (1977) di Liliana Cavani.

Il celebre caso di “Ultimo tango a Parigi”

La condanna, infine, ingiunse di distruggere tutte le copie di Ultimo tango a Parigi (1972): il film di Bernardo Bertolucci che i post censori, non ancora del tutto a mano libera, scagionarono da una sentenza riparatrice solo nel 1987. Film. Vicende registiche. E risoluzioni diverse che, tra sequestri e ripudi, capi d’imputazione e accuse di vilipendio alla comune morale, hanno censurato e archiviato sotto coltri polverose decenni di storia, di cinema e di vita. E immagini che, se paragonate anche solo a quanto ormai si vede nelle fiction di prima serata o nelle serie on demand, non scandalizzano e non indignano – a torto o a ragione – più nessuno degli spettatori: più o meno smaliziato che possa essere. La censura insomma, ormai, è roba da social: e lì sì che la mannaia continua a infierire. Indiscriminatamente...

In basso, la sequenza finale di Nuovo Cinema Paradiso in un video da Youtube. Foto da una scena di Senso, da un estratto su Youtube

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