Borsellino, Santoro collezionista di pataccari. Dopo Ciancimino Jr, il killer bugiardo

giovedì 29 Aprile 14:03 - di Francesca De Ambra
Santoro

Che ci fa un presunto pataccaro con un “maestro di giornalismo” come Michele Santoro? Le virgolette non sorprendano: indicano testualità. Così infatti è scritto sulla copertina di Nient’altro che la verità (Marsilio editore 400 pagg. 18,05 €), ultima fatica editoriale del conduttore tv. Il suo libro, acquistabile in libreria proprio a partire da oggi, ruota intorno al catanese Maurizio Avola, controverso pentito di mafia poi espulso dal programma di protezione. Rapinava le banche mentre collaborava con la giustizia. Ciò nonostante e nonostante il precedente di Ciancimino Jr., Santoro lo ha accreditato come una fonte di primissimo piano. Addirittura in grado di svelare verità tuttora sconosciute sulla strage che in Via D’Amelio costò la vita al giudice Paolo Borsellino e ai suoi tre agenti di scorta.

Ieri Santoro è stato ospite di Mentana

«Avola era lì. È l’ultimo ad aver visto il magistrato vivo», aveva sottolineato ieri il giornalista nello speciale tv allestito ieri su La7 da Enrico Mentana, presenti anche Andrea Purgatori e Fiammetta Borsellino. «Di depistaggi ne abbiamo già subiti parecchi», era stata a quel punto la reazione della figlia del giudice alle parole di Avola. Ancor più veemente, se possibile, quella dello zio Salvatore. «Avola – ha ricordato quest’ultimo – è un inquinatore di pozzi. E mi meraviglia che un giornalista come Santoro, con il suo libro, si sia prestato a dare fiato a un personaggio del genere». Parole, le sue, inoppugnabilmente confermate dal procuratore capo di Caltanissetta, Gabriele Paci, che bolla come «non attendibile» l’ex killer. Un giudizio fondato su più sentenze che così, oltre che «impreciso» lo hanno definito.

La figlia del magistrato ucciso: «Già troppi depistaggi»

A sostegno della sua tesi, il procuratore adduce alcune circostanze a dir poco strane. La prima riguarda la diretta partecipazione di Avola nella fase esecutiva della strage insieme con Giuseppe Graviano, Matteo Messina Denaro, Aldo Ercolano. È vero che lui l’ha ammessa. Ma solo distanza di oltre 25 anni dall’inizio della sua collaborazione. In più, gli accertamenti disposti dalla Dda per trovare riscontro alle sue dichiarazioni «non hanno allo stato – dice Paci – trovato alcuna forma di positivo riscontro che ne confermasse la veridicità». Anzi, secondo gli investigatori della Dia «sono per contro emersi rilevanti elementi di segno contrario che inducono a dubitare tanto della spontaneità quanto della veridicità del suo racconto».

Il procuratore: «Nessun riscontro»

Uno è addirittura clamoroso: il giorno prima della strage Avola era a Catania e per giunta con un braccio ingessato. L’ex-killer, invece sostiene di essere giunto a Palermo già nel pomeriggio del venerdì 17 luglio. Sempre in base al suo racconto, si trovava un’abitazione sita nei pressi del garage di via Villasevaglios, pronto – scrive Paci – «su ordine di Graviano a imbottire di esplosivo la Fiat 126 poi utilizzata come autobomba». E qui torniamo all’inizio: che c’azzecca un presunto pataccaro con un “maestro del giornalismo”? Nulla. Come Speranza con la fine dell’incubo del virus. Il ministro ci aveva scritto pure un libro, poi ritirato in tutta fretta sotto la ripresa della pandemia. Non vorremmo che analoga decisione toccasse ora a Santoro.

 

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