Inferno Amazon. Dipendenti controllati, cronometrati in bagno, senza pause per non perdere punti

lunedì 22 Marzo 16:59 - di Fabio Rampelli

In questi mesi ho ascoltato le testimonianze di decine di lavoratori di Amazon. Che fotografano condizioni di lavoro disumane e incivili. Con questo racconto, immaginario ma vero, ricostruisco ciò che ho ascoltato.

“Ciao, sono un ex amazoniano, mi chiamo Mario. Per un periodo di tempo, che ora preferisco dimenticare, ho lavorato nello stabilimento di Bezos a Passo Corese. Ero un ‘cartellino verde’, un precario insomma. Per mesi ho percorso a piedi, con passo sostenuto, il famoso ‘passo Amazon’. Trenta chilometri al giorno facendo su e giù per corsie lunghe 1 km. Avevo il compito di prendere gli oggetti, ‘lavorarli’ e scaricare gli acquisti. Controllato a vista da quello che chiamano rating ‘velocità di lavorazione dei pezzi per ogni ora impiegata’. La pressione era fortissima tanto che un giorno il mio stabilimento riuscì a raggiungere il record europeo dei pezzi stoccati. Un milione e duecentomila pacchi.

Sacrifici disumani per ottenere il cartellino blu

Abbiamo fatto la storia”. I manager fecero festa con urla e applausi, stapparono bottiglie di champagne, perché questo traguardo fruttava loro un premio in denaro. Per noi no, solo la magra consolazione di far parte della ‘famiglia Amazon’. E una spilla da appendere sul collarino porta budge come testimonianza.

Ho fatto questo lavoro per mesi, con sacrifici fisici sovrumani. Nella speranza di diventare ‘blu budge’ ottenere cioè il contratto a tempo indeterminato. Non sapevo che raggiungere il sogno del cartellino blu avrebbe avuto costi fisici e psicologici. Di cui ancora oggi porto i segni. Me ne sono accorto quando, all’improvviso, mi sono ritrovato a piangere senza motivo. Quel maledetto cronometro sullo schermo della postazione che scandiva i tempi del mio lavoro. Piangevo perché mi sembrava di non riuscire a raggiungere gli obbiettivi richiesti dai manager.

Niente pause, nemmeno per andare in bagno

Un giorno sono riuscito a stoccare 3200 pezzi. Il punteggio migliore per le mie otto ore di lavoro. Non avevo fatto pause, neanche per andare al bagno. Sì, perché il bisogno di pisciare in Amazon ti mette l’angoscia. Cerchi di trattenerti fino a scoppiare visto che ti viene sottratto dal tempo di lavoro. Il punteggio s’abbassa e sfuma il sogno blu.

Ci sono diverse figure di lavoratori nel mondo Amazon. Il più sfortunato è l’‘indiretto’, quello che si occupa di rifornire le postazioni dei raccoglitori o dei prodotti da lavorare. L’indiretto è uno sfigato. Che neppure rientra nella possibilità di valutazione. Poiché non lavorando in postazione non registra rating. Un fantasma. A volte è capitato che gente stremata dall’eccessivo sforzo dei km percorsi andasse in infermeria. Beh non ho mai capito che fine facessero i referti. Oggi mi chiedo: esiste una vigilanza da parte della medicina del lavoro? Non me lo sono chiesto quel giorno quando fui portato in infermeria perché avevo cominciato a vomitare. Per la tensione e dire che non sono neppure ‘anziano’.

Siamo carne da macello sfruttate dalle agenzie del lavoro

Quando aumentano gli acquisti on line poi si ha la massima competizione tra i cartellini verdi, che si fanno la guerra per diventare blu: ogni pezzo in più che stocchi ti fa aumentare il punteggio: 500 pezzi all’ora può essere una media giusta per aspirare al ‘blu’. Ma non hai certezze.

Pochissimi riescono a farcela e vengono sostituiti come oggetti. In Amazon lo chiamano ‘turn over’. Siamo carne da macello fornita da agenzie del lavoro come Adecco e Gi Group. Per alimentare i pochi ‘blu’ servono un esercito di ‘indiretti’ e di ‘verdi’ da sfruttare senza pietà. Vietato andare in bagno, sentirsi male, andare al funerale di un parente, avere un problema con un figlio, doversi presentare al comando di polizia per una multa o in tribunale per una testimonianza. E guai a cadere dalla moto e rompersi una gamba, sarebbe la fine.

Queste agenzie fanno contratti anche per tre mesi. Poi dipende da Amazon quanto e quando usarti. In genere ti avvertono la sera prima e non si sa mai quanti giorni di lavoro potrai fare, e quanto potrai guadagnare a fine mese. Può capitare, mi è successo, che la sera prima con una telefonata t’informano che sei stato cancellato. Oppure ti obbligano a straordinari settimanali, lasciandoti riposare al massimo un giorno.

Puoi essere ‘cancellato’ dalla sera alla mattina

Per non parlare dei turni di notte. Come fossimo un ospedale o un commissariato di polizia. Amazon ti toglie anche il sonno. Ti manda un’email il giorno prima e, ovviamente, conviene accettare l’invito 12 ore dopo l’avviso, perché altrimenti non dimostri di essere un ‘verde’ che ha a cuore l’azienda.

I manager girano con un computer per controllare in tempo reale ogni piccolo intoppo, che loro chiamano ‘infrazione’. Non va, devi impegnarti di più, stai producendo meno di quanto dovresti. ‘Sei sotto la media’. Un giorno un mio collega è arrivato con tre minuti di ritardo. Gli hanno tolto un’ora dell’orario di lavoro. Quando ha provato a lamentarsi per l’ingiustizia, gli hanno detto che “era meglio non timbrare’. Non so se sia stato licenziato, fatto sta che ha perso il lavoro.

Nel parcheggio Amazon bisogna fare attenzione anche a come posteggi. Si comincia il turno già con l’angoscia. È obbligatorio mettere l’auto a spina di pesce parcheggiando in retromarcia. Amazon usa un’agenzia di vigilanza Icts e il personale interno addetto alla sicurezza per scovare le infrazioni. E rilascia un ‘feedback’ costruttivo (perché chiamarlo negativo non suona bene). Non ho ben capito il motivo di questa operazione, forse accelerare il traffico in uscita? Onestamente non me la sono sentita di fare domande perché meglio evitare il ‘feedback costruttivo” per essere stati troppo curiosi.

Perquisiti a vista come delinquenti

Durante le feste, altri problemi. Aumentano i controlli a causa dei furti nello stabilimento, colpendo tutti indistintamente. Anche la gran parte di lavoratori onesti. Veniamo tutti controllati dalla vigilanza più volte al giorno. Ci costringono a portare uno zaino trasparente per rendere visibile il contenuto. Ma non basta. Fanno controlli a campione chiedendo di aprire lo zaino, svuotare le tasche, e accendere e sbloccare il cellulare per vedere se la vecchia custodia nasconda magari un nuovo modello di telefonino. Lì dentro conta solo rispondere ai comandi. Tutti. Anche quelli illegali, spacciati per rispetto delle regole. Benvenuti nella Repubblica Autonoma di Amazon. Che se ne frega delle leggi italiane.

Non ho resistito e  sono tornato disoccupato

Non ce l’ho fatta, non ho resistito. Un giorno a casa ho avuto le allucinazioni. Stanchezza, vertigini. Mia moglie preoccupata mi ha accompagnato da un neurologo che ha escluso danni cerebrali. Alla fine della visita mi ha chiesto se attraversassi un momento difficile, un lutto, una separazione. “Lavoro da Amazon”, ho risposto. “Non dica altro. Tante persone vengono qui con gli stessi sintomi. Lavorare da Amazon non è salutare, rappresenta uno stillicidio costante, è troppo stressante…”. Da quel momento decisi che non sarei mai più rientrato. Per me è finita. E sono tornato disoccupato a quasi 40 anni con quattro figli. Mi sono chiesto come fosse possibile che manager italiani accettassero di schiavizzare altri italiani per servire un gigante industriale straniero.

I sindacati sono complici dello sfruttamento

Sono sicuro che in mezzo ci sono anche i sindacati. Che solo oggi, dopo 10 anni, fingono di ribellarsi. Perché? Semplice, ognuno ha una quota di ‘cartellini verdi’ da far assumere. Che può giocarsi in modo clientelare per fare nuovi iscritti con la promessa di un lavoro. So che non potremo far chiudere Amazon, come meriterebbe. Ma almeno fare in modo che rispetti la dignità dei lavoratori. Spero che chi verrà dopo di me possa trovare condizioni di lavoro umane. Senza dover trattenere i bisogni, nascondere malattie, camminare per km ogni giorno come un maratoneta, farsi perquisire come un delinquente, dover regalare minuti di lavoro, disertare le esequie del nonno.

Dimenticavo, sono stato fortunato. Ho trovato un lavoro temporaneo tagliando carne dietro il bancone di una macelleria. Mi è sembrato bellissimo, non l’avevo mai fatto. Ho imparato in fretta per portare qualche soldo a casa. Dopo qualche settimana di ricerca, un’azienda italiana mi ha voluto come operaio e mi ha assunto regolarmente.

Amazon non ha avuto la mia testa né la mia anima. Ma i miei colleghi sono schiavi e vanno liberati. Io li aiuterò, qualcuno più potente di me mi darà una mano?”


Mario ha avuto il coraggio di ‘raccontarsi’. E ha parlato a nome di tanti che non lo fanno, per paura di perdere uno stipendio, anche se misero e provvisorio.
Adesso spetta a noi raccogliere la sua denuncia. Aggredendo lo scandalo delle grandi multinazionali straniere dell’e-commerce. Amazon in testa. A cominciare dal pretendere il rispetto dei più elementari diritti della persona violati sistematicamente.

L’ispettorato del lavoro e il ministero della Sanità devono provvedere a ispezioni regolari, sanzionare, se necessario chiudere. L’obbligo del pagamento delle tasse nella nazione che gli riversa centinaia di milioni di euro di commesse al giorno non può rimanere una richiesta sulla carta. E’ lì che si annida la vera evasione. Con l’emergenza pandemia la concorrenza sleale ha raggiunto il punto di non ritorno. Fino a desertificare piccoli borghi e periferie. A decine di migliaia di piccole attività non viene consentito, giustamente, di replicare questo modello, nessun negozio su strada può avere ‘cartellini verdi’ né può eludere il fisco italiano. Dunque Amazon trae un vantaggio economico bestiale che le mette fuori gioco e le conduce alla chiusura. Così la piccola e diffusa economia di prossimità sfuma. E con essa cala il sipario sulla struttura sociale che i nostri padri hanno costruito e ci hanno lasciato in eredità

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