In atto un futuro senza figli. Questo comporta come conseguenza un’Italia senza futuro

giovedì 25 Marzo 12:51 - di Mario Bozzi Sentieri

Crisi economica e andamento  demografico sono inscindibilmente collegati.  Se la popolazione non cresce, il Paese si impoverisce, venendo a decrescere il prodotto interno lordo. Intorno a questo rapporto Ettore Gotti Tedeschi, economista di area cattolica, da anni  ha costruito le  sue analisi sulla crisi italiana,  arrivando a denunciare l’ideologia della denatalità e l’ ambientalismo neomalthusiano, secondo cui  l’uomo sarebbe il cancro della natura e bisognerebbe ridurne la crescita. Sulla stessa linea il premio Nobel, nel 1971,  per l’economia Simon Kuznets, che ha studiato – già dagli anni Sessanta del ‘900 – il legame tra dinamica della popolazione e crescita economica.

Ancora prima era stato un guru dell’economia del XX Secolo, John Maynard Keynes, a mettere in rapporto andamento  del Pil e andamento demografico, arrivando ad affermare, nel 1937,  in un discorso alla Eugenics Society: “Una popolazione crescente ha un’importante influenza sulla domanda di capitale. Non solo la domanda di capitale aumenta – al netto del progresso tecnico e del miglioramento delle condizioni di vita – in approssimativa proporzione alla popolazione. Ma poiché le aspettative degli imprenditori si fondano più sulla situazione attuale che su quella futura, un’èra di popolazione crescente tende a promuovere l’ottimismo, dato che la domanda tenderà a superare le aspettative, piuttosto che deluderle”.

A rafforzare, per l’Italia,  questo connubio tra economia e demografia è un’analisi del marzo 2018 (Il contributo della demografia alla crescita economica: duecento anni di “storia” italiana, “Questioni di Economia e Finanza”, n. 431) di tre economisti della Banca d’Italia, Barbiellini, Gomellini e Piselli, che hanno quantificato andamenti economici e crisi della natalità collegandola alla  decrescita del Pil nel periodo 2011-2016. In quegli anni il calo medio annuo del tasso di occupazione (-0,48%) sommato a quelli della popolazione in età di lavoro (-0,26%) e della produttività (-0,24%), non ha trovato adeguata compensazione nell’incremento della popolazione (0,41%) riflettendosi in una caduta del Pil al ritmo medio di 0,56% per anno.

Rispetto al  “che fare” i tre economisti hanno individuato  quali potenziali effetti compensativi per il caso italiano l’allungamento della vita lavorativa, l’aumento della partecipazione femminile al mercato del lavoro e l’evoluzione nella dotazione di capitale umano della forza lavoro (con un impatto sui tassi di occupazione e migliori livelli di efficienza dei lavoratori relativamente più elevati). Si tratta di “contromisure” tecniche, le quali però – visto il calo della popolazione  – appaiono insufficienti rispetto ad una crisi che ha ormai assunto caratteristiche epocali e motivazioni di taglio antropologico.

Come emerge da una recente ricerca, condotta dall’Istituto Noto Sondaggi  per conto della Fondazione Carlo Donat-Cattin, dedicata alle “Analisi delle attese e dei bisogni dei giovani in relazione al futuro”, la maggioranza dei giovani italiani tra i 18 ed i 20 anni immagina il proprio futuro senza figli. Il 51% dei ragazzi interpellati non si immagina genitore. Tra questi il 31% stima che a 40 anni avrà un rapporto di coppia ma senza figli e un ulteriore 20% pensa che sarà single. Nel valutare i motivi per cui i giovani non vogliono avere figli gli intervistati indicano ragioni che riguardano sia  la sfera sociale (la carenza di lavoro in primis), cui segue l’assenza di politiche adeguate per la famiglia, sia  una crisi delle relazioni stabili,  mentre il   37% degli intervistati  ritiene i figli un ostacolo in quanto condizionano la vita.

Rispetto a questa volontà  i giovani possono essere divisi in tre  categorie: chi ha un atteggiamento che si può  definire “narcisista”, per cui un figlio, e più in generale legami stabili, limitano la propria libertà; una motivazione più “realista” che riguarda la paura di non potersi permettere economicamente questa possibilità; una  mancanza di fiducia nella società quale indice di un atteggiamento “nichilista” che evidenzia il pessimismo di questo target nel guardare al futuro.

Peraltro in rapporto al futuro si notano differenze nella percezione dei giovani, se si considera la dimensione personale o quella collettiva nazionale. Nel primo caso la  maggioranza si sente ottimista; pensando invece al futuro dell’Italia la quota degli ottimisti diventa minoranza (43%). Al fondo la percezione di sentirsi esclusi dalla società (55% degli intervistati) e dunque dalla possibilità di “scommettere” sul futuro, “immaginandosi” genitori.

Al di là delle richiamate carenze sociali e lavorative del nostro Paese ad emergere è una mancanza di certezze che toccano l’animo profondo delle giovani generazioni, il senso del loro destino, l’idea stessa di costruire legami stabili e di mettere su famiglia (figli compresi). Non è un bel vedere per il futuro (economico e non solo) dell’Italia. A decrescere non è solo l’economia ma la nostra stessa cultura, il senso di un’appartenenza e di un futuro.

In gioco c’è la stessa identità nazionale, insieme alla tenuta del nostro sistema economico e sociale: una sfida non facile che va evidentemente ben al di là di qualche intervento tampone o di possibili aggiustamenti parziali (contributi alle famiglie, asili nido, forme di tutela della donna-madre)  toccando le ragioni stesse del nostro essere Nazione, sintesi culturale ed identitaria pronta a scommettere su un destino comune. Un destino che, senza l’aspettativa dei  figli, è ben  difficile da immaginare.

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