Il Dante “ritrovato”: l’identita’ italiana nella “lingua degli angeli”

lunedì 29 Marzo 13:49 - di Mario Bozzi Sentieri

Dante  dilaga ed è un bel vedere e sentire. Senza complessi e timori politicamente corretti,  il Padre della lingua italiana sta trovando il giusto riconoscimento mass mediatico, nell’anno che ricorda il settecentesimo della sua scomparsa. Libri a fiumi (con tirature e vendite   eccellenti e con Alessandro Barbero e Aldo Cazzullo a contendersi i vertici delle classifiche), convegni e letture a dilagare online, causa covid. Perfino il monocorde Roberto Benigni, ospite d’onore, nel nome di Dante,  al Quirinale, diventa sopportabile, tra una battuta e l’altra. Il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale partecipa alle celebrazioni con Dante 700 nel mondo, un ricco palinsesto di iniziative che coinvolgono la rete delle Rappresentanze all’estero: Ambasciate, Consolati e Istituti di Cultura. Le Reti Tv svolgono , per una volta,   la loro brava “funzione pubblica”. E l’Italia si “ritrova” intorno ad un simbolo eccellente del proprio sentire collettivo, occasione rara se si escludono le partite della Nazionale di calcio ed il triste rosario di morti per Covid19.

E’ solo l’inizio del  lungo percorso di celebrazioni  che ci accompagnerà fino al 14 settembre, data della morte del Poeta, ma è – bisogna riconoscerlo – una bella partenza, a cui anche Fratelli d’Italia ha voluto porre il suo sigillo politico, presentando, con un’azione culturalmente “militante”,   una proposta di legge costituzionale perché la  lingua italiana venga riconosciuta come lingua ufficiale della Repubblica  ed  una mozione per chiedere l’utilizzo esclusivo della nostra lingua negli atti del Parlamento, della pubblica amministrazione e degli enti locali.

Non è una richiesta banale, visto che troppo spesso termini che potrebbero essere chiari nella nostra lingua, sono sistematicamente  sostituiti con parole inglesi, soprattutto in ambito politico, nelle amministrazioni pubbliche, nelle comunicazioni delle imprese e sulla carta stampata. Da “form” (modulo) a “Jobs Act” (legge sul lavoro), da “market share” (quota di mercato) a “fashion” (moda), da “step”  (per indicare le tappe di una programmazione) a “mission”  (compito o  missione) fino alla “stepchild adoption” (adozioni del figliastro) e al recente “recovery plan” (piano di recupero)  è un proliferare di anglicismi, troppe volte immotivati, a cui sarebbe opportuno  porre un freno. Per non parlare dell’ennesimo paradosso di una Costituzione, che sarà anche – per dirla con Benigni – “la più bella del mondo”, ma che sul tema della lingua appare a dire poco distratta.

In sede di dibattito alla Costituente l’argomento venne appena sfiorato. A sollevare il problema della lingua, nel luglio del 1947, furono gli onorevoli Emilio LussuTristano Codignola, preoccupati per la tutela delle minoranze (sancita dall’ articolo 6), che è peraltro esplicitata  dall’articolo 3, dove si istituisce il principio di uguaglianza ed è  affermato  il divieto di discriminazione linguistica.

In breve: gli articoli 3 e 6, parlando di uguaglianza e tutela delle minoranze, sottintendono il fatto che esista una “maggioranza linguistica”, anche se nella Costituzione la lingua italiana non viene citata.  Una quindicina di anni fa,  su richiesta della Commissione Affari Costituzionali della Camera dei deputati, è stata interpellata la stessa Accademia della Crusca.  Gli accademici  proposero di inserire la formula: L’italiano è la lingua ufficiale della Repubblica Italiana” nell’articolo 12 della Costituzione, che parla di simboli come la bandiera. Poi però non se ne fece niente, lasciando ancora  l’Italia “sguarnita” rispetto agli altri Paesi. In Europa la maggior parte delle costituzioni ha infatti indicazioni riguardanti l’ufficialità della lingua.

Perfino lo   Statuto albertino del 1848 conteneva un richiamo alla lingua. L’articolo 62 recitava infatti:“La lingua italiana è la lingua ufficiale delle Camere. È però facoltativo di servirsi della francese ai membri che appartengono ai paesi in cui questa è in uso e in risposta ai medesimi”.

Perché è così importante il richiamo espresso alla lingua ?  La lingua è identità. Ma non solo. Essa ha una ricaduta immediata sui confini dell’appartenenza a una determinata comunità, sulla formazione dei cittadini e la comunicazione, perfino sugli scenari europei ed internazionali.

L’anno dantesco, proprio per il valore fondativo che ha avuto Dante nella nostra storia nazionale, anche a questo dovrebbe servire. A celebrarne la figura, a comprenderne il valore,  a ritrovare una memoria condivisa, a valorizzare un patrimonio inestimabile di bellezza e di sapienza, e dunque a  “ritrovarci”, come venne evidenziato nel Risorgimento, a partire dalla capacità seduttiva della lingua italiana, il quarto idioma più studiato al mondo,   al punto da essere stata  definita da Thomas Mann “la lingua degli angeli”.

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