Angelo Mancia, il vile assassinio (impunito) quel maledetto 12 marzo del 1980. Ricordo e rabbia

venerdì 12 Marzo 12:17 - di Angelica Orlandi
Angelo Mancia
Fin dalla tarda serata di ieri e dalla prima mattinata di oggi, venerdì 11 marzo, Angelo Mancia è presente nella mente e nel cuore di tanti militanti e amici in ricordo di quel maledetto giorno in cui fu vilmente assassinato. Nei profili social sono in tanti a ricordare con commozione. “Ciao ANGELO sono passati 41 anni dal tuo VILE assassinio. Tu sei sempre con NOI, tuoi amici e camerati”. E’ il commosso ricordo di Domenico Gramazio, direttore di Realtà Nuova e della Fondazione Rivolta ideale. Fino a che il Covid non giungesse a sconvolgere le nostre vite al Cis di Viale Etruria l’11 marzo era un appuntamento fisso per la nostra comunità umana e politica, con iniziative e commemorazioni sempre molto partecipate. Oggi è sui social che il ricordo vien coltivano con immutato dolore e rabbia, con tanti ricordi, racconti e  foto del passato postate dagli archivi personali.

Angelo Mancia omicidio impunito

Angelo Mancia era segretario della sezione Msi Talenti e dipendente de Il Secolo d’Italia. Ricordano le parole di Giorgio Almirante alla notizia dell’assassinio: «Al bestiale e blasfemo urlo dei barbari, noi opponiamo il grido degli uomini forti e civili, che per ogni loro caduto annunciano il sorgere di mille nuovi giovani pronti a combattere nel tuo nome, Angelo, per la libertà, con il metodo della libertà». Angelo Mancia fu ucciso la mattina del 12 marzo del 1980 a Roma, con tecnica gappista, da delinquenti organizzati in “volante rossa”. Aveva 27 anni.  Un omicidio rimasto impunito. La sezione Talenti, in via Martini 29, era stata aperta  nel 1972 proprio da Domenico Gramazio insieme con Bruno Tomasich. Insieme alla la sezione Montesacro in via Valsolda, furono due sezioni particolarmente bersagliate dalla furia comunista e anche dalla questura, che le chiuse più volte.

Quel maledetto 12 marzo

Al ricordo del militante missino stroncato all’età di 27 anni ha dedicato moltissimi articoli sul Secolo d’Italia il collega Antonio Pannullo. Autore  di una serie di volumi dal titolo “Attivisti”, quegli anni li conosce e li ha studiati bene. “In quel 1980 non passava praticamente giorno senza che accadesse qualcosa di brutto ai danni dei giovani del Fronte della Gioventù. “Uccidere un fascista non è reato” era diventata la legge di quel periodo. E la sinistra estrema, l’Autonomia, Lotta continua, i collettivi e tutti gli altri avevano deciso che era ora di farla finita con i fascisti, con qualunque mezzo e ad ogni costo”. Questo il clima ricostruito da Pannullo in uno dei tanti articoli che fece da cornice all’omicidio.

La rivendicazione della “Volante rossa”

Il 12 marzo 1980  Angelo Mancia era appena uscito di casa per andare a prendere il suo motorino e recarsi al lavoro. Tre persone in camice bianco lo chiamarono per nome. “Voltatosi di scatto, Angelo non fa in tempo neppure a fiatare che un colpo di pistola sparato a bruciapelo lo colpisce alla schiena- leggiamo- . Rimasto in piedi grazie alla sua robusta costituzione, molla subito il motorino e si mette a correre verso il portoncino. Chissà cosa gli passa di mente in quegli attimi così concitati. Ma i killer non demordono. Lanciatisi al suo inseguimento, sono freddamente determinati a eliminarlo. E ci riescono. Altri due colpi sparatigli alle spalle, infatti, lo centrano in pieno”. Mancia cadde a terra in un lago di sangue. Lo finiscono con un colpo alla nuca, nello stile consueto della vera Volante rossa.  
Due ore dopo arrivò la rivendicazione farneticante a Repubblica: «Qui compagni organizzati in Volante Rossa. Abbiamo ucciso noi il boia Mancia. Siamo scesi da un pulmino posteggiato lì davanti». Nel 1951 gli assassini della Volante rossa partigiana furono condannati all’ergastolo, ma erano già tutti latitanti, e di loro non si seppe più nulla.

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