Inchiesta mascherine di Roma, nel mirino dei pm anche 1280 contatti telefonici tra Benotti e Arcuri

17 Feb 2021 14:39 - di Redazione
inchiesta mascherine e Arcuri

L’inchiesta sulle mascherine di Roma, culminata nel sequestro di beni di lusso e immobili per 70 milioni di euro, svela ulteriori dettagli. A quanto apprende l’Adnkronos,  per esempio, tra gennaio e il 6 maggio 2020, sarebbero stati 1.280 i contatti telefonici tra il giornalista in aspettativa Mario Benotti e il commissario straordinario per l’emergenza Coronavirus, Domenico Arcuri. Un dato che getta ulteriori ombre sul caso, in merito al quale cerca di fare luce l’inchiesta della Procura di Roma sulle maxi commesse delle mascherine comprate dalla Cina. Proprio quando il nostro Paese veniva investito dalla prima ondata di pandemia di Covid.

Inchiesta mascherine di Roma, 1280 contatti telefonici tra Benotti e Arcuri

Contatti «giornalieri (tra telefonate e sms) – si legge nel decreto – nei mesi di febbraio, marzo e aprile. A conferma di un’azione di mediazione iniziata ben prima del 10 marzo 2020. Dal 7 maggio, invece, nessun contatto. Circostanza confermata dal servizio di intercettazione telefonica avviato il 30 settembre 2020, che non ha captato alcuna comunicazione tra le due utenze. Ciò benché tanto la cordata Benotti/Tommasi. Quanto il Solis Sorge, abbiano insistentemente ricercato il rapporto con Arcuri. Avendo intenzione di proporgli nuovi affari: dai tamponi rapidi, ai guanti chirurgici. Fino a nuove forniture di mascherine».

Benotti alla Guarnieri: «Qualcosa che ci sta per arrivare addosso»

«È significativa la conversazione del 20 ottobre 2020 alle ore 8,15 – si legge sempre nel decreto riportato dall’Adnkronos – che, sul tema, Benotti tiene con Daniela Guarnieri. A cui confida la sua frustrazione per essersi Arcuri sottratto all’interlocuzione. E il timore che ciò potesse ritenersi sintomatico di una notizia riservata su qualcosa che “ci sta per arrivare addosso”». E allora, nel dettaglio del decreto e dell’inchiesta, sempre l’Adnkronos riferisce che «il primo contratto di fornitura è stato stipulato il 25 marzo. Quando la struttura commissariale ancora non esisteva, almeno ufficialmente. Ed è stato sottoscritto dal fornitore cinese il 26 marzo», scrivono i pm capitolini. Che sottolineano «alcuni evidenti difetti di conseguenzialità cronologica».

I “facilitatori” al lavoro a caccia di «lauti guadagni»

I magistrati, in sostanza, evidenziano «l’informalità con la quale si è proceduto rispetto ad accordi che devono essere intercorsi tra le parti in gioco, prima del 10 marzo. E  dunque ben prima del lockdown nazionale, dichiarato il 9 marzo. In quel momento nessuna norma consentiva ancora deroghe al codice dei contratti. Poiché tale liberatoria sarebbe stata prevista soltanto con il decreto Cura Italia. Allo stesso tempo – si legge – evidentemente, vi era già un concerto sui passi legislativi e amministrativi da compiere. E i “facilitatori” stavano tessendo le relazioni che avrebbero loro consentito i suddetti lauti guadagni».

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