I radical chic accusano Zingaretti perché li ha chiamati radical chic: è una parola fascista…

2 Feb 2021 16:32 - di Annalisa Terranova
radical chic

Povero Nicola Zingaretti. Su Repubblica gli hanno detto che è un leader evanescente. Un ologramma. Lui ha provato a fare il duro: basta con i radical chic, è stata la sua replica. E i radical chic se la sono presa. Prima Concita De Gregorio, che non ha mai brillato per simpatia, ha reagito con esagerata permalosità, facendo notare che il massimo esponente del Pd è Giuseppe Conte e non Zingaretti. Ora ci si è messo pure Michele Serra con una piccata replica al segretario dem. Sempre su Repubblica. 

Serra: Zingaretti ha usato radical chic, termine di destra

Mica va bene, pontifica Serra, il fatto che Zingaretti abbia usato quel termine, radical chic. Quel termine, accusa Serra, “è schiettamente di destra. Da molti anni è largamente e impropriamente usato dalla destra – politici e giornalisti – per bollare di snobismo, di irrealismo, di classismo malcelato, chiunque abbia da obiettare qualcosa alla demagogia populista”.

Serra: dove sono finite le parole di sinistra?

“Non per caso – continua Serra – lo usano a raffica i leghisti, che adoperano uno dei linguaggi politici più poveri dai tempi di Odoacre. È un poco come quando la sinistra, nei tempi ormai molto remoti della sua egemonia culturale, amava dare del “qualunquista” o del “fascista” a chiunque non appartenesse al proprio giro. Nel momento in cui anche il capo della sinistra italiana bolla di radical chic una giornalista anch’essa di sinistra, viene dunque da chiedersi: ma dove sono finite le parole “di sinistra”?“,

Radical chic lo usano Feltri, Salvini e Belpietro

Quell’impudente di Zingaretti avrebbe dovuto pensare, prima di usare quel termine, che si tratta di parola usata da Salvini, Feltri e Belpietro. Quindi va cancellata dal vocabolario della sinistra. Una difesa assai debole, come se facendo scomparire una parola si potesse cancellare anche tutto ciò che quella parola rappresenta. Ed evidentemente anche a sinistra c’è chi si è rotto le scatole dei radical chic, che possiamo anche chiamare con mille altri nomi ma sempre loro sono. Sono quelli che hanno dirottato la sinistra sulle battaglie per i diritti delle minoranze facendone venir meno la ragione sociale e politica. Ha ragione Zingaretti: hanno lasciato solo macerie.

Come nasce l’espressione radical chic

Un po’ di storia dell’espressione è a questo punto d’obbligo. E’ stato lo scrittore e giornalista americano Tom Wolfe a coniare il termine radical chic. Sul New York Magazine dell’8 giugno 1970 pubblicò un lunghissimo articolo intitolato “Radical Chic, That Party at Lenny’s”. Si trattava del resoconto del ricevimento che qualche mese prima Felicia Bernstein, moglie del compositore e direttore d’orchestra Leonard, aveva organizzato  per raccogliere fondi a sostegno del gruppo marxista-leninista delle «Pantere nere». La festa si svolse a casa dei Bernstein, in un attico su Park Avenue.
L’Oxford Dictionary precisa: si tratta «dell’ostentazione», molto alla moda, di idee e visioni «radicali e di sinistra». In francese si usa gauche caviar. E’ la stessa sinistra che ora si batte il petto nel nome di George Floyd, estendendo il disgusto per la violenza dei poliziotti americani contro i neri alla “supremazia bianca”. Se pensiamo al party di Felicia Bernstein, tutto si tiene.

In Italia si diffonde grazie a Montanelli

L’espressione in Italia fu ripresa da Indro Montanelli nel celebre articolo Lettera a Camilla del 1972, in forte polemica con la giornalista Camilla Cederna, quale ideale rappresentante dell’italico “magma radical-chic”, superficiale e incosciente culla degli anni di piombo.
In seguito, egli chiarì che la vera destinataria della lettera aperta era Giulia Maria Crespi, allora padrona del «Corriere della Sera» e amica della Cederna, con la quale i dissidi sarebbero sfociati, l’anno seguente, nell’allontanamento di Montanelli dal quotidiano di via Solferino, dove lavorava sin dal 1937.  Ma Montanelli aveva già utilizzato l’espressione in altri articoli, nei quali denunciava la frivola ideologia sfoggiata da certa borghesia ricca e pseudo-intellettuale lombarda che invitava ai party sovversivi alla moda.

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