Diffamò Salvini, anche la Cassazione condanna Toscani: «La satira non può offendere la dignità»

lunedì 15 Febbraio 19:15 - di Redazione
Toscani

Condanna confermata anche in Cassazione per Oliviero Toscani. Il fotografo rispondeva del reato di diffamazione aggravata nei confronti di Matteo Salvini. La vicenda risale al dicembre del 2014, anno in cui il leader della Lega aveva posato seminudo indossando soltanto una cravatta verde per il settimanale Oggi. Si trattava di un’iniziativa benefica che però piacque poco a Toscani, che per altro mai ha nascosto la propria ostilità nei confronti di Salvini e del suo movimento. Anzi, per i giudici della Quinta sezione penale di piazza Cavour la manifestò in dosi a dir poco eccessive in occasione della sua ospitata a La zanzaratrasmissione cult di Radio 24.

Insulti al leader leghista dai microfoni de La zanzara

In quell’occasione, infatti, Toscani aveva giudicato il servizio fotografico di Salvini con espressioni («una p…da due soldi» e «Salvini fa i p…. ai cretini») ritenute dalla Cassazione ben oltre i confini della libera critica. «La metafora sarcastica – si legge nella sentenza – nulla aveva a che fare con la critica graffiante ed irridente di comportamenti, neppure specificatamente indicati, del politico Salvini. Ma, nella scelta dell’immagine utilizzata e della “rima” denotava l’intenzione di gettare discredito sulla persona». L’obiettivo, scrivono i giudici, era far passare Salvini «come incline ad offrire in vendita persino il suo corpo agli ingenui elettori del suo partito».

Toscani multato per 8mila euro

Sono i motivi per cui la Cassazione ha rigettato il ricorso di Toscani. E ha confermato la sentenza emessa nel novembre del 2019 dalla Corte d’Appello a pagare una multa di 8mila euro. In pratica, la Suprema Corte ha ribadito che il diritto di critica trova un limite nel «rispetto della dignità altrui». E che la critica non può essere «mera occasione per gratuiti attacchi alla persona». Insomma, neanche alla satira è consentito di «superare il rispetto dei valori fondamentali». È il motivo per cui la Corte non ha ritenuto di concedere la tenuità del fatto.

 

 

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