Diciamo basta agli insulti alla Meloni: cari colleghi, è ora di fare un salto nel 21esimo secolo

lunedì 8 Febbraio 19:20 - di La redazione del Secolo
insulti meloni

Gli insulti a Giorgia Meloni non sono una novità. E, troppo spesso, come redazione del Secolo d’Italia ci siamo dovuti trovare a renderne conto. Dovendo ugualmente riscontrare, con eccessiva frequenza, il silenzio di quante, nelle istituzione e nei luoghi di formazione dell’opinione pubblica, hanno preferito fingersi distratte di fronte ad attacchi che, verso chiunque altra, avrebbero provocato richieste di patibolo e messa al bando. Non ci sorprende, quindi, che Meloni sia stata di nuovo oggetto di offese. Stavolta, però, con l’articolo de La Stampa che è arrivato a insultarla come madre si è davvero – come già scritto su questo giornale – “toccato il fondo”. Per questo riteniamo doveroso un intervento diretto per chiedere a tutti, colleghi in testa, di fare un esame di coscienza un po’ più approfondito del semplice “abbiamo fatto una battuta stupidina in un ottimo articolo” (sintesi delle scuse del direttore Massimo Giannini e di Alberto Mattioli che ha firmato il pezzo).

Se “offendere Meloni non è reato”

La battuta non era “stupidina” e l’articolo non era “ottimo”, perché entrambi trasudavamo un’ostilità che va ben oltre il diritto di critica, che noi per primi riconosciamo come sempre legittimo, a maggior ragione verso un leader politico. Ciò che è emerso da quell’articolo è tutt’altro: è l’idea che sia lecito  distruggere la persona. Che non solo non è mai legittimo, ma che qui si carica di connotati ideologici di straordinaria gravità. Negli insulti e negli attacchi portati senza freno a Giorgia Meloni c’è un antico, odioso retaggio. Si potrebbe sintetizzare così: per questa gente “offendere Meloni non è reato”. Perché Meloni in quanto donna di destra è un po’ meno donna delle altre.

Negli insulti a Meloni prevale l’odio ideologico

Chi, infatti, se non qualcuno che disumanizza completamente l’avversario potrebbe definirne la figlia “un prodotto di una collaborazione con il compagno”? E chi, se non uno che disumanizza completamente l’avversario, potrebbe adombrare l’idea che quella figlia rientri in qualche modo in “tutta la costruzione del personaggio Meloni, che nella versione originale dell’articolo restava appiccicata addosso al lettore? Qui non si tratta solamente di misoginia, ma di un odio ideologico così radicato da far trasudare anche la peggiore – evidentemente mai rimossa – misoginia. Per questo anche tante vestali della difesa di genere, quando si tratta di Meloni, tacciono. Dichiarando così, indirettamente, anche quanto poco credono in quelle battaglie di cui si fanno paladine.

Un salto nel 21esimo secolo, per esempio?

Ecco, è arrivato il momento di piantarla con questo retaggio e di prendere coscienza del fatto che certi scivoloni non sono affatto “battute stupidine” e certi articoli non hanno nulla di “ottimo”. Semmai sono il prodotto di un pensiero vetusto e offensivo non solo della sensibilità di Meloni donna e madre, ma dell’intelligenza di chiunque. Fateci pace, cari colleghi e maitre à penser: non fate ridere e, per la verità, non fate neanche piangere. Fate solo cadere le braccia, in buona compagnia di quanti, ancora, ridacchiano per le battute sulle fogne, così come per l’idiotissimo argomento della differenza tra madre maritata e madre nubile. Ma questo è ancora un altro campo, per il quale comunque la soluzione è sempre la stessa: accendere il cervello; uscire dai luoghi comuni; ascoltare quello che viene detto e, talvolta, spiegato pedissequamente; capire che gli altri vivono nell’ormai inoltrato 21esimo secolo. E che, forse, è il caso di farci un salto anche voi.

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