Trump chiama, gli irriducibili rispondono: “Protesta selvaggia”. Allerta scontri a Washington

sabato 2 Gennaio 15:36 - di Sveva Ferri
trump washington

A quattro giorni dalla ratifica ufficiale della vittoria di Joe Biden, prevista per il 6 gennaio da parte del Congresso, il clima negli Usa resta infuocato. Donald Trump non si arrende e torna a mettere in discussione l’esito del voto. Intanto fa proseliti il suo appello ai sostenitori per “vedersi” a Washington proprio il giorno dell’Epifania, anche se oggi la sua campagna contro il “furto” del voto ha ricevuto un nuovo colpo: il giudice federale del Texas ha respinto la richiesta di costringere il vicepresidente Mike Pence a ribaltare l’esito delle presidenziali.

Fallisce l’ultimo tentativo di ribaltare il voto

La causa era stata intentata dal deputato Louie Gohmert e da altri repubblicani dell’Arizona per fare in modo che Pence avesse il potere di ribaltare i risultati elettorali, in occasione della ratifica del risultato del 6 gennaio. Toccherà a Pence, infatti, presiedere la riunione del Congresso, con un ruolo però che non prevede possibilità di interferenze, ma è essenzialmente cerimoniale. Il giudice Jeremy Kernodle ha respinto l’istanza dei deputati repubblicani, spiegando che i ricorrenti non hanno alcun titolo per la citazione in giudizio. Lo stesso Pence, del resto, attraverso i suoi legali aveva chiesto al giudice di respingere la causa.

The Donald insiste: “Elezioni illegali e non valide”

Il nuovo stop ai tentativi di dimostrare l’illegalità del voto non ha comunque fatto desistere Trump dai suoi intenti. Con un tweet, il presidente uscente si è scagliato nuovamente contro le elezioni presidenziali, definite ancora “illegali e non valide”. Insieme, Trump ha messo in discussione anche il ballottaggio del 5 gennaio in Georgia, dove l’elezione di due senatori deciderà la maggioranza del Senato. “Il Georgia consent decree (l’accordo bipartisan sulla convalida delle firme dei voti postali, ndr) è incostituzionale e dunque le elezioni presidenziali 2020 in questo stato sono illegali e non valide, e questo comprende anche le due elezioni senatoriali in corso”, ha twittato The Donald.

Trump agli irriducibili: “Ci vediamo a Washington”

Ma se tra gli stessi politici repubblicani Trump appare ormai sempre più isolato, lo stesso non sembra valere per il “suo” popolo. “Il 6 gennaio ci vediamo a Washington”, ha twittato qualche giorno Trump e il suo appello non è caduto nel vuoto. In rete, infatti, si moltiplicano risposte e chiamate alla mobilitazione, che stanno mettendo in allarme il sistema di sicurezza americano. “Il presidente Trump ti vuole il 6 gennaio a Washington”, si legge su siti come wildprotest.com, ovvero “protesta selvaggia”, dove è stato lanciato l’hashtag #StopTheSteal, “Fermiamo il furto”.

La mobilitazione in rete: nella Capitale attesi in migliaia

Alla protesta hanno già dato l’adesione le Women for America first, che hanno chiesto al Nation Park Service l’autorizzazione per 5mila persone; la Eighty Percent Coalition, che prevede 10mila persone al suo “Rally to Save America”; la Silent Majority, che ha previsto un corteo sotto Capitol Hill. A preoccupare però sono le realtà più radicali che appoggiano il presidente uscente, a partire dai Proud Boys. Si tratta di una milizia di estrema destra che promette “numeri record” e che ha annunciato che i suoi militanti “saranno in incognito, disperdendosi in piccoli gruppi”, invitandoli a vestirsi completamente di nero come i black bloc.

Il rischio di scontri tra estrema destra e black bloc

Ed è proprio il rischio di scontri tra i due gruppi che preoccupa maggiormente le forze di polizia della Capitale, che hanno già varato “piani complessivi di sicurezza per monitorare e valutare tutte le possibili nuove minacce”, e le attività commerciali, che hanno previsto di blindare le vetrine con pannelli di legno, temendo che possano ripetersi le devastazioni viste in occasione delle manifestazioni del Black Lives Matter la scorsa estate.

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