Governo, la crisi è un rebus. Il premier non vuole dimettersi: si allontana il Conte-ter

giovedì 7 Gennaio 11:37 - di Michele Pezza
Conte

L’apertura c’è, e pure significativa. Ma rischia di non rivelarsi risolutiva a scongiurare la crisi di governo. Matteo Renzi la vorrebbe vera e formale, con Conte che si presenta dimissionario a Mattarella per ottenerne il reincarico. Il premier, però, non si fida e limita la propria disponibilità alla riscrittura integrale delle priorità del Recovery Fund e all’avvio di un corposo rimpasto. Sembra tanto e invece è poco. Anche perché Giuseppi non spiega come ottenere le dimissioni dei ministri da sostituire senza l’apertura formale della crisi. Ma tant’è: l’imprevedibilità di Renzi e la sua risaputa doppiezza potrebbero anche spingere il sedicente Avvocato del popolo a preferire la conta al Senato alle dimissioni.

Da Conte aperture su rimpasto e Recovery

È quel che ogni giorno gli suggerisce Marco Travaglio. Ma è anche l’opzione che meno risponde alle aspettative del Quirinale, dove l’analisi è più di prospettiva. Ammesso che riuscisse ad ottenerne i voti – ragionano infatti al Colle -, quanto durerebbe Conte in balia dei “responsabili“? In ogni caso, lo scenario di una sfida all’ultimo senatore nell’aula di Palazzo Madama resta sullo sfondo. Sono gli stessi renziani a tenerlo in vita. Un po’ per mostrare di non temerlo e molto perché contano sul flop del premier, che a quel punto uscirebbe definitivamente di scena. «Vedo Conte molto impegnato sul fronte responsabili», ironizza Ettore Rosato, capogruppo di Iv. Per poi aggiungere: «Dice che andremo in aula, che abbiamo senatori, che qualcuno arriverà. A noi non risulta».

Il Pd: «Si verso il burrone»

Decisamente più preoccupati gli esponenti del Pd. Dipendesse solo da loro, la crisi si sarebbe chiusa da tempo con i leader della maggioranza intorno a un tavolo. Al contrario, incombe il rischio di una crisi al buio con le ministre Bellanova e Bonetti pronte a dimettersi nel prossimo Cdm, forse anche domani. La tigna di Conte e l’ostinazione di Renzi li hanno invece ridotti al ruolo di inascoltate Cassandre. «Il rischio di alterare un quadro non più componibile è molto forte», ammonisce Andrea Orlando, vicesegretario con buone chance di ritornare ministro. Ma in questo momento gli preme di più lavorare attorno a Conte. «Altre strade – avverte – portano in un burrone».

 

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