Fitto boccia il Recovery: «Nessun progetto concreto e cantierabile. Solo 160 pagine di parole»

mercoledì 13 Gennaio 14:29 - di Mia Fenice
Fitto

Fitto smonta il Recovery. «Il governo lo ha chiamato “Piano nazionale di ripresa e resilienza” perché con parole ad effetto pensa di poter impressionare gli italiani. Ma il programma di investimenti approvato la notte scorsa nei Consiglio dei ministri più che “resilienza” richiede una grande “pazienza” e la speranza che questo governo vada subito a casa. Di fatto si tratta di 160 pagine di parole senza nessun progetto concreto e cantierabile subito». Lo afferma il copresidente del gruppo europeo Ecr-Fratelli d’Italia, Raffaele Fitto.

Fitto: «Non è un programma di rilancio per l’Italia»

«Facciamo chiarezza», dice Fitto. «Il Pnrr, allo stato attuale, non individua nessun intervento preciso e nessun soggetto attuatore ma si limita a definire genericamente linee di intervento. Insomma, appare più un documento per provare a superare una crisi politica, frutto di vera irresponsabilità, che un programma di rilancio per l’Italia. Occorre, infatti, evidenziare che le risorse del Piano a fondo perduto sono 65 miliardi e le risorse che prendiamo in prestito 128 miliardi di euro».

Fitto: «Il Sud è la parte più debole del Paese»

«Risorse che dobbiamo restituire a partire dal 2027. Il Sud, la parte più debole del Paese, inoltre, paradossalmente contribuisce in maniera sostanziale al Piano finanziando con circa 20 miliardi di euro di risorse nazionali prelevate dal Fondo Sviluppo e Coesione (FSC), che nell’ultima legge di stabilità ha già subito un taglio di 20 miliardi per il periodo 2021-2027 rispetto alla precedente programmazione. Smentendo di fatto gli accordi sottoscritti dal governo con le Regioni solo pochi mesi fa».

Mancano gli interventi

E poi Fitto dice ancora. «Al netto degli approfondimenti di natura contabile manca, poi, una visione relativa all’attuazione degli interventi. Per poter impegnare così come previsto dalla Commissione Europea il 70% delle risorse a fondo perduto entro la fine del 2022 e speso entro la fine del 2023. Il piano prevede inoltre che il restante 30% delle sovvenzioni sarà speso tra il 2023 e il 2025, oggi dovremmo almeno conoscere gli interventi per poter avviare le progettazioni. L’impegno, ricordo, si manifesta quando si stipulano i contratti e partono i cantieri».

Fitto fa alcuni esempi

Fitto fa poi alcuni esempi. «Le risorse prelevate dai Fondi del Mezzogiorno andrebbero a favore della rete ferroviaria veloce. Ma quale? La Napoli-Bari è già finanziata dal 2011, indubbiamente ci sono notevoli ritardi, ma c’è un Contratto Istituzionale di Sviluppo (CIS) e un Commissario straordinario nominato. Quindi sicuramente le risorse non sono destinate a questa infrastruttura. Ma da quello che ci risulta non ci sono altre tratte ferroviarie nel Sud che siano in fase di progettazione. Per quello che poi riguarda la portualità integrata, non va dimenticato che il settore è oggetto di importanti contenziosi tra Italia e Ue in materia di aiuti di stato e quindi di difficile avvio e potrei continuare all’infinito…».

«Un’opportunità che rischia di essere sprecata»

«Quando, poi, il Piano parla di pubblica amministrazione il vero dato è che si finanzia l’assunzione con contratti a tempo determinato che ingrossano la spesa corrente. Aumentano il precariato e poiché non saranno immediatamente operativi il rischio è che rallenteranno l’attuazione degli interventi piuttosto che accelerarli. Di fronte a questi gravi ed evidenti problemi anche questa opportunità per il nostro Paese rischia di essere sprecata. Poiché la maggior parte delle risorse dovremmo restituirle potrebbe davvero costarci cara. E a pagare il conto più salato sarà il Sud», conclude Fitto.

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