Ernst Jünger e la pandemia: al regime della paura si risponde con il “passaggio al bosco”

domenica 17 Gennaio 19:28 - di Riccardo Arbusti
Junger

Esattamente settant’anni fa, nel 1951, Ernst Jünger pubblicava un saggio che oggi appare di impressionante preveggenza. Proprio mentre si andavano delineando i primi segni di quella integrazione planetaria che ora è sotto gli occhi di tutti, lo scrittore e filosofo tedesco denunciava la minaccia epocale alla libertà. Il libro è Der Walgang – letteralmente “Il passaggio al bosco” – ed è un manuale di difesa del Singolo, invitato a “ritirarsi nella foresta” di fronte al dilagare totalitario dei dispositivi tecnologici. “In questo mondo – spiega Jünger – noi riconosciamo la libertà del singolo nel suo passaggio al bosco”.

Nel libro Jünger esplicita il suo pensiero politico 

Con quel libro, il decano novecentesco della letteratura tedesca, nato nel 1895 e scomparso nel 1998 alla veneranda età di 103 anni, esplicitava al meglio il suo pensiero politico. Al di là della sua militanza adolescenziale tra i nazionalisti, della sua partecipazione da volontario alla Grande Guerra e la stessa strumentalizzazione che il regime hitleriano fece della sua opera L’operaio, dedicata alla società della mobilitazione di massa, Jünger – nonostante i suoi scritti giovanili militaristi – era arrivato ben presto a esporsi contro la dittatura nazista e a partecipare al complotto del 1944 per far fuori Hitler.

Dagli anni ’30 produceva scritti contro i totalitarismi

E, sin dagli anni ’30, aveva prodotto una serie di opere inequivocabilmente di natura antitotalitaria. Sarà lui, ad esempio, a scrivere: “L’obbligo scolastico è, essenzialmente, un mezzo di castrazione della forza naturale, e di sfruttamento. Lo stesso vale per il servizio militare obbligatorio. Respingo come una scemenza l’obbligo scolastico, come ogni vincolo e ogni limitazione alla libertà”. Una posizione che resterà sempre la sua stella polare. “L’importante per me resta il Singolo”, spiegherà ancora, ultracentenario, stimolato da Antonio Gnoli e Franco Volpi nel libro-intervista I prossimi titani (Adelphi). Del resto, proprio in nome del Singolo e contro il dilagare delle burocrazie autoritarie spersonalizzanti si era espressa tutta la sua produzione a partire dall’apologo anti-totalitario Sulle scogliere di marmo del 1939.

L’equivoco nella traduzione: Der Walgang non è Il Ribelle

Dopo la guerra, un suo scritto sul tema – La ritirata nella foresta – apparirà, prima ancora di svilupparsi nel vero e proprio manuale di difesa del singolo di cui parliamo, sulla rivista Confluence nell’ambito di un seminario internazionale sulla minaccia totalitaria. Pubblicata in Italia nel ’57 dalle Edizioni di Comunità di Adriano Olivetti, l’antologia di quegli scritti vedeva, accanto a quello di Jünger, i nomi di Hannah Arendt, James Burnham e Giorgio de Santillana. Purtroppo, in Italia, quel testo jüngeriano verrà equivocato già per il fatto che la figura del Waldgänger (alla lettera l’uomo-che-si-dà-alla-macchia) venne tradotta con il termine di “ribelle”. E quando – nel 1990 – si arriverà alla pubblicazione di Der Walgang per Adelphi verrà presentato come Il trattato del ribelle, quasi si trattasse di una manuale di guerriglia urbana.

Chi è veramente l’uomo che si dà alla macchia

La figura dell’uomo-che-si dà-alla macchia jüngeriano corrisponde invece al singolo braccato da un ordine che esige innanzitutto un controllo capillare e al quale egli sfugge scegliendo di “passare al bosco”. Il soggetto jüngeriano sente infatti di non appartenere a una società spersonalizzante e tecnocratica e “varca con le proprie forze il meridiano zero” proprio in nome della libertà.  Estremamente attuali alcuni passaggi del libro: “Il panico che oggi vediamo dilagare ovunque – annotava Jünger nel 1951 – è già espressione di uno spirito intaccato, di un nichilismo passivo che stimola quello attivo: niente di più semplice che intimorire un uomo già persuaso che tutto avrà fine…”.

Ne Il trattato del ribelle si parla esplicitamente della possibilità totalitaria di “nuovi padroni di schiavi” e del tentativo di “rendere perenne la paura” per rafforzare il potere. Ciò a cui reagisce – e deve reagire – l’uomo “che si ritira nella foresta” è proprio una società tecnocratica e un potere per i quali “non debbono più esserci bastioni su cui l’uomo possa sentirsi inattaccabile, e dunque libero dalla paura”.

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