Variante Covid, ecco l’identikit del “paziente inglese”: under 60, con accento del Kent e…

martedì 22 Dicembre 15:50 - di Filomena Auer
Variante Covid e identikit paziente inglese

Variante Covid, c’è l’identikit del “paziente inglese”. Già, perché l’Oms, dopo il boom dei casi a novembre, refertati da un’analisi retrospettiva, ha rintracciato nuovo ceppo che circolava nel Kent già a partire dal mese di settembre. Grazie a un’accelerazione dei controlli, sulla base della nuova indagine, si è appurato che il profilo dei nuovi contagiati dall’ultima mutazione del virus corrisponderebbe a un under 60. Inizialmente con accento del Kent, nel Sud-Est dell’Inghilterra. Ma ora l’indagine, che ha acquisito nuove informazioni e diversi tipi di infettati, aggiorna i dati a ulteriori variabili.

Variante Covid, ecco l’identikit del “paziente inglese”

Dunque, nella variante del Covid, anche l’identikit del “paziente inglese” muta e si aggiorna a nuovi profili. Così, secondo quando riporta l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) in un focus in cui fa il punto su quanto si sa finora, il bersaglio ideale del Covid 2, preferirebbe anche i giovani e gli adulti sotto i 60 anni. L’agenzia Onu per la salute è stata informata «il 14 dicembre» dalle autorità sanitarie della Gran Bretagna della nuova variante. «Identificata tramite sequenziamento del genoma virale». I britannici l’hanno battezzata con una sigla: VUI 202012/01 (Variant Under Investigation, anno 2020, mese 12, variante 01).

L’analisi della variante Covid dell’Oms

L’analisi iniziale, ricorda l’Oms, «indica che può diffondersi più facilmente tra le persone». Per stabilire con certezza tutto il resto, invece, (se può dare una malattia più grave, se influisce sull’efficacia del vaccino) sono in corso ulteriori studi. Fino al 13 dicembre nel Regno Unito erano stati identificati 1.108 casi – ricostruisce l’Oms –. La variante è stata rilevata nell’ambito di un’indagine epidemiologica e virologica scattata all’inizio di dicembre, a seguito di un aumento inaspettato nei casi di Covid-19, in un’area precisa: cioè «nel Sud-Est dell’Inghilterra». Qui dal 5 ottobre al 13 dicembre, i dati registrano «un aumento di oltre 3 volte nel tasso di notifica dei casi», calcolato sui 14 giorni.

Come si arriva al Kent, nel sud-est dell’Inghilterra

L’Adnkronos, allora, spiega tutto molto chiaramente, riportando stralci degli studi. E allora: «In media, dall’inizio della pandemia, nel Regno Unito sono stati sequenziati di routine tra il 5 e il 10% di tutti i virus Sars-CoV-2 rilevati. Il 4% nel Sud-Est dell’Inghilterra». In questa specifica area, nel periodo in cui si è osservato il boom di casi (5 ottobre-13 dicembre), «oltre il 50% degli isolati è stato identificato come variante». L’analisi retrospettiva «ha rintracciato la prima variante identificata nel Kent, il 20 settembre 2020. Seguita da un rapido aumento, più tardi, nel mese di novembre. La maggior parte dei casi si sono verificati in persone di età inferiore a 60 anni». La nuova variante è stata identificata anche fuori dai confini britannici, in diversi Paesi, tra cui Australia, Danimarca, Italia, Islanda e Paesi Bassi.

Variante Covid: identikit paziente inglese e fattore contagiosità

Non solo. Rapporti preliminari sulla nuova variante di coronavirus Sars-CoV-2 intercettata nel Regno Unito, prosegue l’Oms, indicano che questa variante «è più trasmissibile dei precedenti virus circolanti. Con un aumento stimato della trasmissibilità compreso tra il 40% e il 70%». Cosa fare ora? «Tutti i Paesi – informa l’agenzia Onu per la salute – devono valutare il proprio livello di trasmissione locale. Applicare adeguate attività di prevenzione e controllo. Compreso l’adattamento delle misure di salute pubblica e sociali secondo guida Oms». E ancora: «È importante ricordare alle comunità e agli operatori sanitari i principi di base per ridurre il rischio generale di trasmissione di infezioni respiratorie acute». tutte indicazioni sollecitate dall’Oms, che invita a migliorare le pratiche standard di prevenzione e controllo delle infezioni negli ospedali. In particolare nei reparti di emergenza.

Le misure anti-contagio in viaggio

Un contesto in cui, ancora una volta, gli addetti ai lavori ricordano l’importanza dell’uso della mascherina. Del rispetto del distanziamento sociale. E del lavaggio delle mani. L’Oms si sofferma in particolare sul nodo viaggiatori in generale, inclusi quelli da e verso il Regno Unito. Raccomandando misure anti-contagio particolarmente rigorose. E ribadendo «l’importanza che, in caso di sintomi indicativi di una malattia respiratoria acuta durante o dopo il viaggio, si consulti un medico informandolo della propria storia di viaggio».

Prevenzione e contagio, le “istruzioni” dell’Oms

Infine, «le autorità sanitarie dovrebbero collaborare con i settori dei viaggi, dei trasporti e del turismo, per fornire ai viaggiatori informazioni utili a ridurre il rischio generale di infezioni respiratorie acute ai punti di ingresso di stazioni. Aeroporti, e così via, tramite cliniche di medicina dei viaggi. Agenzie di viaggio. Operatori dei trasporti». Istruzioni per l’uso che l’Oms caldeggia attentamente. Ricordando che, «in linea con la raccomandazione fornita dal Comitato di emergenza su Covid-19 nella sua riunione più recente, gli Stati devono riesaminare regolarmente le misure applicate ai viaggi internazionali. E motivare all’Oms quelle che interferiscono in modo significativo col traffico internazionale. Garantendo che siano basate sul rischio e sulle evidenze raccolte. E che siano proporzionate e limitate nel tempo». Per questo, a compendio di tutto, c’è anche una guida provvisoria, pubblicata di recente dall’Oms

 

 

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