Referendum, si schiera anche Conte: «Voterò sì». Ma nel M5S è sempre la stagione dei veleni

sabato 5 settembre 16:42 - di Michele Pezza
Referendum

«Voterò sì, da privato cittadino. È una riforma costituzionale votata dalla stragrande maggioranza parlamentare. La mia opinione è che se si passa da 945 a 600 membri non viene assolutamente pregiudicata la funzionalità del Parlamento». Giuseppe Conte rompe il silenzio fin qui osservato sul referendum e annuncia il proprio voto favorevole alla legge taglia-onorevoli. Lo fa davanti al pubblico amico che affolla la festa del Fatto Quotidiano. Praticamente, gioca in casa. L’annuncio del premier trova un M5S squassato da veleni, rancori e sospetti.

Il premier lo ha annunciato alla festa del Fatto

Tanto è vero che la sua geografia interna è un vero rompicapo. E rende problematico capire persino se Conte si sia arruolato volontariamente sotto le insegne del “” o sia stato precettato da Di Maio, preoccupato dell’allargamento a sinistra del fronte del “no“. In questo caso, l’endorsement del premier suonerebbe conferma del fatto che l’esito realmente temuto dai grillini, Conte e Di Maio in testa, è quello del referendum e non quello delle regionali. Lo fa capire anche l’impegno che sta profondendo l’ex-capo politico del M5S a sostegno del referendum. Ben superiore a quello a sostegno dei candidati a governatore.

Anche sul referendum è “guerra fredda” con Di Maio

Di Maio pigia sul tasto dell’anti-Casta. Ma la musica che ne fuoriesce risulta poco melodiosa. Segno che nella Casta l’opinione pubblica ha ormai inserito di diritto anche i grillini. «Non possiamo nascondercelo – premette -, negli anni la politica ha spesso tagliato i diritti dei cittadini: la sanità, la scuola, i trasporti, l’assistenza alle fasce più deboli. Ma non ha mai pensato di tagliarsi autonomamente i propri privilegi». Voterà invece “no” al referendum Pier Ferdinando Casini. Che definisce una «idea robesperriana» la riduzione del numero dei parlamentari. «I problemi della politica – spiega in un’intervista al Messaggero – si risolvono con la buona politica. Tagliare le teste senza porci il problema di come arrivano i parlamentari in Parlamento, è una follia».

 

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