Di Maio vuole sforbiciare ancora: ora tagliamo gli stipendi dei parlamentari. Ma il Pd presenta il conto

lunedì 21 Settembre 17:09 - di Annalisa Terranova

Luigi Di Maio non vedeva l’ora di festeggiare e purtroppo la vittoria dei SI glielo ha consentito. Così, parla ancora una volta di risultato storico: una costante dei pentastellati che la storia non la conoscono e non la studiano. Torna sulle barricate movimentiste delle origini: “Ora – annuncia –  normalizziamo gli stipendi dei parlamentari“.

La strategia di Di Maio: cavalcare l’antipolitica

Il tentativo del capo politico del M5S è chiarissimo: soffiare sul fuoco dell’anticasta, sollecitare quel sentimento di antipolitica che ha fatto la fortuna di un raggruppamento nato dall’iniziativa di un comico e dei suoi vaffa day. Colpire sempre e ancora il Parlamento: prima riducendo il numero degli eletti, poi tagliando loro lo stipendio. Tanto le loro clientele i Cinquestelle le foraggiano ugualmente con consulenze e staff allargati, come dimostra proprio l’esperienza del capo della Farnesina. Di Maio su Facebook commenta così la vittoria dei SI. “Quello raggiunto oggi è un risultato storico. Torniamo ad avere un Parlamento normale, con 345 poltrone e privilegi in meno. È la politica che dà un segnale ai cittadini. Senza il MoVimento 5 Stelle tutto questo non sarebbe mai successo”.

Il NO al 30% ignorato dai grillini

Né sembra risuonare per i grillini il campanello d’allarme di un No che doveva fermarsi al 5% e invece ha conquistato il 30%: un fronte trasversale di gente stufa della demagogia accattona dei pentastellati, stanca della loro ignoranza e inefficacia, indignata per le loro giravolte, desiderosa di mandarli a casa il prima possibile.

Crimi si vanta: noi motore del cambiamento

Un NO che è stato anche un NO in difesa del Parlamento: del resto i grillini, espressione informe della “democrazia di sorveglianza”, non danno eccessivo valore alla democrazia di rappresentanza che è più strutturata e complessa e garantisce la società civile dalle cadute di stile dei populismi sciattoni. Nulla di tutto ciò sembra pervenuto in casa M5S. Tant’è vero che Vito Crimi ha pure il coraggio di commentare osservando che loro sono il “motore del cambiamento”.

Il Pd legge il referendum in modo opposto al M5S

Parole che hanno irritato il Pd, che ha appoggiato il SI ob torto collo e che adesso intende riprendersi un suo spazio nella dialettica sulle riforme. A farlo ci pensa Walter Verini che invia il primo messaggio dal Nazareno: questo SI – spiega – è un SI riformista e non populista. Insomma dovrà essere, per i Dem, un primo passo verso un quadro complessivo di riforme. A confermare la linea arriva subito dopo un’indiscrezione sullo stato d’animo di Nicola Zingaretti: soddisfatto sì, ma preoccupato di dare voce anche “a chi ha votato No reputando insoddisfacente solo il taglio dei parlamentari“.

Con M5S e Pd le riforme sono impossibili

Una lettura che è opposta a quella fornita in prima battuta dai Cinquestelle, i quali dicono: ora avanti con l’antipolitica. Al contrario il Pd frena e dice: ora avanti con le riforme. Due visioni incompatibili e distanti. Le reazioni al voto sul referendum non fanno che confermare allora quanto già del resto gli italiani sapevano e temevano. Un governo fondato su un’alleanza puramente tattica  non avrà la forza dal basso per legittimare un autentico cammino riformatore.

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