Referendum, basta con la “coerenza”. Per sfrattare il governo occorre la vittoria del “no”

25 Ago 2020 14:22 - di Mario Landolfi
Referendum

Confesso che questa storia della coerenza come bandiera mi convince assai poco. Anche perché molto spesso è il paravento dietro cui nascondere il più vieto immobilismo e ancor più la paura di assumersi responsabilità. Mi convince poi addirittura zero se riferita al referendum sul taglio del numero dei parlamentari. Matteo Salvini lo ha ripetuto ancora oggi: «Ho sempre votato e continuo a votare sì. Io ho una faccia, la Lega ha una faccia». Belle parole. Ma, politicamente parlando, non sanno di niente. Segnalano, semmai, un cortocircuito logico-politico con quel che lo stesso Salvini ha auspicato a proposito dell’attuale governo: «Prima va a casa e meglio è». Bene. Anzi no, perché se c’è un modo per sfrattare subito Conte e compagnia sgovernante è far votare “no” al referendum.

Salvini ribadisce il “sì” della Lega al referendum

Con buona pace dei “coerenti“, la politica è dinamismo. Basti pensare che se qualche settimana fa M5S e Pd si dicevano condannati a stare insieme per impedire al capo leghista la presa dei “pieni poteri“, oggi brigano per trasformare la forzosa e temporanea convivenza in un convinto e duraturo matrimonio. Non per caso si sono coalizzati in Liguria mentre nelle Marche e in Puglia punteranno ad una sorta di desistenza mascherata in favore dei candidati governatori del Pd. Persino Di Maio, il più recalcitrante a cementare l’alleanza con Zingaretti, si è arreso all’evidenza e ha lanciato l’idea del tavolo congiunto per le amministrative del 2021, tornata in cui si voterà anche a Roma. Insomma, l’asse M5S-Pd sta cambiando pelle. Può essere l’archiviazione, in nome della “coerenza”, del referendum come pratica ordinaria l’unica risposta? Sì, se si sceglie la strada della testimonianza. Decisamente no, se si imbocca quella della politica.

Il “no” necessario perché è cambiata la natura dell’asse M5S-Pd

Il governo non va in crisi sulla partita delle elezioni regionali. Non è più il 2000, quando la vittoria di Storace nel Lazio costrinse alla resa il governo D’Alema. La politica di quel tempo non aveva ancora smarrito la propria consequenzialità. Ora è diverso. Tanto più che Pd e M5S stanno apparecchiando un vero e proprio patto di potere che passa finanziariamente per gli oltre 200 miliardi del Recovery Fund, politicamente per l’elezione del successore di Mattarella ed imprenditorialmente per il riassetto proprietario delle Tlc, come conferma il rinnovato interesse di Beppe Grillo sulla Rete unica a banda ultra larga. Piaccia o meno, il governo salta solo se esplode la crisi del M5S, che ne è l’architrave. L’innesco è il referendum e la vittoria del “no” ne è il detonatore. Tutto il resto, “coerenza” compresa, è solo fuffa.

 

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