Prima Berlusconi, poi Salvini, ora Meloni: per i “buonisti” della sinistra l’insulto è d’obbligo

giovedì 6 agosto 14:13 - di Marzio Dalla Casta
insulto

Nostalgia canaglia. Già, e chi se li ricorda più il socialista Rino Formica e il democristiano Nino Andreatta che si beccavano come galli nel pollaio del pentapartito a colpi di «comari di Windsor» e «commercialista di Bari»? Sembrò la fine del mondo in quella Prima Repubblica al tramonto, ma pur sempre ovattata da liturgie complicatissime e dove il grande assente era proprio sua maestà l’Insulto oggi regnante. Bisognerà arrivare a Cossiga  prima di vederne sdoganato l’utilizzo. Lo sa bene Achille Occhetto, sbertucciato dall’allora “Picconatore” come uno «zombie coi baffi». La politica cominciava a cambiare pelle e la zampata del Gattosardo ne era un autorevolissimo indizio.

La pretesa di detenere il monopolio dell’insulto

Il resto lo avrebbe fatto la Seconda Repubblica, prima con la liderizzazione dei partiti e poi con la strapotere dei social. Con una costante: la pretesa della sinistra di detenere il monopolio dell’insulto. Anzi, di decidere cosa è insulto e cosa è, invece, libera manifestazione del pensiero e della parola a difesa della democrazia. Categoria, quest’ultima, cui appartengono – ça va sans dire tutti gli attacchi a Berlusconi, compresi quelli a base di morte, galera ed esilio. È il linciaggio come continuazione della politica con altri mezzi nella mai interrotta celebrazione di Piazzale Loreto. Cosicché quando una testa sbalestrata gli lancia contro un modellino del duomo di Milano spaccandogli la faccia, le solidarietà che arrivano da sinistra risultano un tantinello pelose.

Non si perdona al centrodestra di essere maggioritario

Quando la stella del Cavaliere si eclissa, è Salvini a raccogliere il testimone del centrodestra. Se il primo è stato di volta in volta apostrofato come Al Tappone, Psiconano, Caimano, il Delinquente e, infine, B., cioè innominabile, in poco tempo il Capitano ha visto germogliare un florilegio di insulti che non teme confronti. La sua sagoma a testa in giù è visione quotidiana. Buon per lui che i sondaggi evidenziano qualche affanno della Lega a tutto vantaggio dei Fratelli d’Italia. Puntuale, infatti, è scattato il turno di Giorgia Meloni. L’insulto ora tocca lei in quanto pericolo per la democrazia. La bionda leader ha osato resistere alle sirene del mainstream e ora ne sperimenta il “piano B“. L’operazione è già partita. Chissà se i sondaggi di FdI scenderanno per darle una mano. Già, perché in Italia la democrazia funziona così: la destra può anche esistere, purché resti all’opposizione. Diversamente, la si insulta.

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