Nino Benvenuti piange il suo storico avversario Sandro Mazzinghi: «Aveva un coraggio unico»

sabato 22 agosto 12:39 - di Valter Delle Donne

“Chiedi chi era Mazzinghi”. Stavolta andrebbe parafrasata un vecchia canzone degli Stadio dedicata ai Beatles. Probabilmente le nuove generazioni non sanno nemmeno chi fosse Sandro Mazzinghi e cosa ha rappresentato per l’Italia, non solo sportiva. Eppure, il pugile toscano, assieme a Nino Benvenuti ha rappresentato una stagione irripetibile per la boxe italiana e forse per l’intera nazione.

L’ex campione mondiale dei medi junior è morto questa mattina, a 81 anni, all’ospedale Felice Lotti di Pontedera. La sua rivalità con Nino Benvenuti negli anni ’60 divenne qualcosa di leggendario, paragonabile solo a quella nel ciclismo di Fausto Coppi con Gino Bartali.

Chiamare Benvenuti al cellulare è inevitabile e doveroso. Dall’altra parte, la risposta arriva subito. Al primo squillo. La moglie di Nino, la dolcissima e inseparabile Nadia, non lascia neanche il tempo di dire pronto: «È per Mazzinghi, vero?».

Chiedi chi era Mazzinghi

Nino risponde con un filo di voce, l’emozione è palpabile. «Mazzinghi è stato un avversario unico per la sua tenacia, per il suo valore. Era un avversario di quelli che per batterlo dovevi sudare 7 camicie. Dovevi dare tutto e non risparmiare niente. Quando salivo sul ring contro di lui sapevo che non potevo mollare l’attenzione neanche per un secondo».

Nino e Sandro non sono mai diventati amici

Nino e Sandro non sono mai diventati amici. Benvenuti è diventato amico fraterno di Emile Griffith. Quest’ultimo fece addirittura da padrino di battesimo a uno dei figli. Nino è diventato amico persino di Carlos Monzon. Tanto da andare a trovarlo in carcere, quando il pugile argentino venne condannato per la morte della moglie. Eppure, con Mazzinghi, la rivalità è proseguita nel tempo. Taciuta da entrambi, ma evidente. Entrambi sono rimasti fedeli nei loro ruoli. Un anacronismo che, oggi, a pensarci bene, ha qualcosa di romantico e leggendario. «Ci si incontrava così in quelle occasioni ufficiali. Ma non abbiamo mai legato.  Avevamo interessi diversi, ma il rispetto reciproco traspariva sempre in noi». Una divisione che era diventata anche ideologica. Mazzinghi della rossa Toscana, orgogliosamente di sinistra. Nino, consigliere comunale del Msi a Trieste negli anni ’60, quando essere di destra era non solo “sconveniente”, ma anche pericoloso.

L’ultima volta che vi siete parlati, cosa vi siete detti?

«Mazzinghi non era uno che amava parlare tanto. Lui parlava sul ring con la sua tenacia, la sua aggressività, il suo coraggio. Lui ne aveva in abbondanza. Ora posso dirlo. Confrontarmi con lui e batterlo è stata una vera impresa. Mi è andata bene, ma per vincerlo ho dovuto dare il massimo».

Che esempio può dare un campione come Mazzinghi?

«Se dico Mazzinghi, dico la parola “coraggio”. Esprimeva un coraggio sul ring non comune. Non era da tutti. Ricordando qualche momento dei nostri match, mi si rizzano i peli delle braccia. Era uno che non ti lasciava il tempo di pensare. Non ti dava tregua». Nino sospira, a questo punto la commozione prende il sopravvento. Poi è lo stesso Benvenuti a suonare il gong dell’ultima domanda. «Non c’è altro da aggiungere, penso. Questo è il momento del silenzio».

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