Piacenza, l’informatore marocchino: Montella mi propose il 10% in droga e soldi in cambio di soffiate

sabato 25 luglio 15:44 - di Roberto Frulli

L’informatore 26enne marocchino da cui è partita l’inchiesta della procura di Piacenza che vede ora indagati dieci carabinieri e che ha portato al sequestro della caserma Levante, raccontava di conoscere l’appuntato Giuseppe Montella, attorno a cui ruota l’indagine, fin dal 2010. E di aver ricevuto da lui, già nel 2016,  la proposta, poi accettata, di collaborare all’arresto di spacciatori della zona in cambio di una percentuale del denaro o della droga sequestrata.

È quanto emerge dalle oltre 900 pagine della richiesta di misure cautelari firmata dalla Procura di Piacenza.

Montella”, spiegava ancora l‘informatore, ”in modo molto esplicito mi ha detto che se avessi avuto qualche operazione ‘cotto e mangiato’, senza svolgere indagini lunghe, una parte del denaro e dello stupefacente pari al 10% poteva essermi data come compenso”.

Il 26enne marocchino veniva anche tranquillizzato dallo stesso carabiniere che ”nel caso di eventuali controlli potevo fare il suo nome e anche chiamarlo personalmente”.

“Io principalmente parlavo con Montella, il quale mi diceva che comunque tutti gli altri carabinieri della stazione (Levante, ndr) erano ‘sotto la sua cappella’, compreso il comandante Orlando“, spiegava il 26enne marocchino.

Le registrazioni audio delle dichiarazioni del 26enne – già in passato arrestato per spaccio e diventato nel frattempo informatore dell’appuntato Giuseppe Montella, principale indagato della vicenda – erano infatti state fatte ascoltare in Procura dal maggiore dei carabinieri Rocco Papaleo, oggi comandante della Compagnia di Cremona e all’epoca alla guida del Nucleo investigativo di Piacenza, convocato in quell’occasione per un’altra indagine, e che ha così dato il via all’inchiesta.

Nega, intanto, il pestaggio a un pusher nigeriano e anche che le mazzette di soldi in mano ai carabinieri di Piacenza nella celebre foto che sta circolando siano frutto di un traffico di droga, il legale di un’altro dei militari dell’Arma finiti nella bufera, l’appuntato Giacomo Falanga.

Lo spacciatore di origini nigeriane ritratto insanguinato dopo l’arresto “non è stato picchiato, è caduto per terra durante l’inseguimento“, assicura Daniele Mancini, il difensore dell’appuntato Giacomo Falanga.

Falanga è uno dei sei militari arrestati mercoledì nel contesto dell’indagine che ha portato al sequestro della caserma di Piacenza Levante.

Uscendo dal carcere di Piacenza dopo l’interrogatorio di garanzia del suo assistito, l’avvocato Mancini corregge il tiro su quanto emerso finora.

E spiega anche che la foto ormai celebre che ritrae alcuni dei carabinieri arrestati nell’ambito dell’inchiesta della procura di Piacenza mentre sfoggiano mazzette di banconote “riguarda una vincita al ‘gratta e vinci’ fatta in un bar e non ha nessuna attinenza con le indagini”.

L’appuntato Giacomo Falanga, sostiene il legale, “ha risposto alle domande del gip e del pm, si è professato estraneo a ogni violenza e spaccio”.

Falanga, secondo il suo penalista, “ha un tenore di vita normalissimo. E non c’è alcun indizio che faccia pensare che fosse dedito ad attività illecite collegate alla droga“.

Il legale ha aggiunto che il suo assistito ha partecipato a “diverse perazioni” organizzate dal principale indagato Montella “perché i carabinieri della stazione erano pochi”.

In merito al presunto pestaggio dello spacciatore, l’avvocato ha detto ancora che Falanga “ha negato questo addebito. Non risulta che questa persona sia stata massacrata. Sembra che sia stata una ‘spacconata’ di Montella che ha rilasciato queste dichiarazioni”.

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