Palamara avverte l’Anm: non farò il capro espiatorio. Siete peggio dell’Inquisizione ma anche voi…

sabato 20 giugno 17:17 - di Paolo Lami
PALAMARA LUCA

Luca Palamara, espulso dall’Associazione nazionale magistrati, avverte i colleghi: non farò il capro espiatorio di un sistema.
Il suo è un pesantissimo j’accuse anche a chi, dentro l’Anm, lo ha processato.
Paragona l’Associazione Nazionale Magistrati alla Santa Inquisizione della Chiesa.

“Mi è stato negato il diritto di parola e di difesa, nemmeno nell’Inquisizione“, dice Palamara all’Adnkronos che ha pubblicato la sua lunghissima autodifesa scritta. Quella che l’Anm gli ha impedito di leggere di fronte al Comitato Direttivo Centrale dell’Associazione Nazionale Magistrati.

“Volevo un cambiamento. Ma mi sono lasciato inghiottire dal sistema”, sostiene Palamara. Che giura, si dimettera, “solo se i colleghi del sistema correnti faranno lo stesso”.

Un ricatto? Diciamo un’esplicita richiesta dell’Anm di fare la sua parte.
E di prendersi le sue responsabilità. Piuttosto che prendere le distanze in maniera sdegnosa dal suo ex-presidente. Ammettendo così che il sistema è marcio, le fondamenta fradicie.
E che, insomma, all’Anm non possono, ora, fare i sepolcri imbiancati.

Chiedo scusa ai colleghi fuori dal sistema delle correnti”, aggiunge Palamara nel discorso che l’Adnkronos è riuscita ad avere. Quel discorso che l’Anm avrebbe voluto evitare finisse in pasto all’opinione pubblica. Come le intercettazioni.
Un discorso devastante.
Che getta palate di fango persino su chi l’ha messo brutalmente alla porta.
Vantavano diritti anche i probiviri che oggi chiedono la mia espulsione”, spara ad alzo zero l’ex-presidente dell’Anm facendo vacillare il sindacato delle toghe. E, poi, rincara la dose: “In alcuni casi le nomine sono frutto di accordi di potere

Palamara parte ripercorrendo dall’inizio la sua “vicenda penale”. E ricordando di esser stato “originariamente accusato di aver preso € 40.000 per la nomina a Gela del dott. Longo (mai avvenuta – puntualizza l’ex-presidente dell’Anm – perché a Gela venne nominato il dott. Asaro)”.

“Per questa vicenda su richiesta del Gico della Gdf di Roma mi è stato inoculato il trojan horse per il reato di corruzione in atti giudiziari. E sono stato indagato con gli avv. Amara, Calafiore e con il dott. Longo. Soggetti con i quali mai ho avuto rapporti nella mia vita – continua l’ex-pm romano. – Oggi quell’accusa è caduta. Perché il trojan non ha trovato fatti corruttivi. Come, correttamente, hanno ritenuto i pubblici ministeri ed il gip del procedimento che mi riguarda”.

“Devo rispondere ancora di alcuni viaggi effettuati con Fabrizio Centofanti (persona che frequentava mia sorella dal 2006. E con il quale, da allora, ho intrattenuto un rapporto di amicizia – ammette Palamara – sia in ambito familiare che in ambito istituzionale con magistrati e forze dell’ordine) e dei lavori di rifacimento di un lastrico solare (sul quale pende un contenzioso condominiale) della sostituzione dei vetri di una veranda di 6 mq. x 3. E di 20 coprivasi presso una abitazione non di mia proprietà. Ma di una persona a me vicina. Che mi sono limitato ad aiutare in un momento di difficoltà della sua vita”.

“Su questa vicenda, per la quale mi viene contestato un asservimento della mia funzione (anche se il gip concorda di non aver mai riscontrato un atto contrario ai doveri di ufficio), mi difenderò nel processo. Per dimostrare la mia totale estraneità alle residue contestazioni – anticipa l’ex-presidente dell’Anm. – Le carte del procedimento che mi riguarda sono state depositate ex art. 415 bis c.p.p. contengono ogni notizia utile sulla mia vicenda. Ed oggi stiamo ancora procedendo all’ascolto di tutti i files audio relativi alle intercettazioni telefoniche e telematiche. Tale ascolto si rende necessario essendo emerse delle difformità tra alcuni audio e la trascrizione dei verbali“.

Ho iniziato la mia carriera nel 1996. Ho fatto sempre il pubblico ministero: fino al 2007 a Reggio Calabria e poi a Roma – ricostruisce Palamara. – E’ il lavoro che ancora oggi amo. E che ho svolto con passione, ispirandomi sempre all’esercizio, imparziale, della funzione giudiziaria”.

“Se ho svolto il lavoro di inquirente bene o male non spetta a me giudicarlo. Metto, ovviamente, a disposizione i pareri sulle mie valutazioni di professionalità. Ma, sicuramente, l’ho fatto con impegno e abnegazione. Anche quando sono ritornato a Roma, in quello che ancora oggi considero il mio ufficio e nel quale a parte le ultime dolorose vicende siamo stati sempre una grande famiglia – fa un appello ai sentimenti Palamara. – E come accade nelle migliori famiglie capita di litigare, di non accettare i consigli giusti. E, nei momenti di rabbia, di esternare il proprio malumore a persone estranee. Per poi pentirti un momento dopo di averlo fatto”.

“Dal 2007 tanti colleghi (forse sbagliando) – ricorda l’ex-presidente dell’Anm – mi hanno investito di una funzione rappresentativa. In tale ambito ho fatto parte del sistema delle correnti, quel sistema che ora mi condanna, spesso mi insulta, perché a torto o a ragione individua in me l’unico responsabile di tutto. Io non mi sottrarrò alle responsabilità “politiche” del mio operato per aver accettato “regole del gioco” sempre più discutibili. Ma deve essere chiaro che non ho mai agito da solo. Sarebbe troppo facile pensare questo”.

“Quello della rappresentanza – continua il magistrato – è un lavoro totalmente diverso da quello del giudice o del pubblico ministero. Per fare un esempio è lo stesso rapporto che corre tra il leader di una organizzazione sindacale ed il lavoratore che svolge il suo lavoro in una fabbrica. Si viene catapultati in un’altra realtà. E, personalmente, sia la guida dell’Anm che l’attività di consigliere del Csm mi hanno portato ad avere frequenti e costanti rapporti con la politica e con il mondo istituzionale”.

“In questo contesto: non si scrivono sentenze – avverte Palamara. – Non si vive nelle anguste stanze che caratterizzano il lavoro del magistrato sommerso dai fascicoli. Si passa il tempo a rispondere alle più svariate richieste di quei colleghi che di quel sistema fanno parte. Ci si relaziona con gli esponenti degli altri gruppi. Per trovare estenuanti accordi su chi nominare capo di un ufficio. Su chi mandare in Cassazione o alla Dna o alla Commissione concorso. Su come fare comunicati contro questo o quel malcapitato politico di turno“.

“Tutte queste attività – e, in particolare, le nomine dei dirigenti giudiziari – sono il frutto – evidenzia l’ex-pm romano – di estenuanti accordi politici. Talvolta essi conducono alla designazione di persone degnissime e meritevoli di ricoprire i posti per cui hanno fatto domanda. Nella consiliatura a cui ho preso parte, sono stati nominati più di mille nuovi dirigenti. E tra essi – alla guida delle Procure di Milano, Napoli, Palermo (solo per citarne alcune) – magistrati di grande valore come Francesco Greco, Giovanni Melillo, Franco Lo Voi“.

“E’ stato il Consiglio superiore del quale ho fatto parte a promuovere un ampio rinnovamento “di genere”, nominando colleghe di valore alla guida delle Corti di Appello di Milano, Venezia, Firenze, Genova (lì anche l’incarico di Procuratore Generale è stato conferito ad una donna) e Salerno – rivendica con orgoglio Palamara. – E per la prima volta, ad una collega è stato conferito un incarico apicale di legittimità: quello di Presidente del Tribunale Superiore delle Acque“.

“Ma la politica – ce lo ha insegnato un grande intellettuale come Canetti – ha anche un lato oscuro – filosofeggia il magistrato che, ignorando di essere intercettato, dice “c’è anche quella merda di Salvini ma mi sono nascosto“. – Fuor di metafora, in alcuni casi le nomine hanno seguito solo logiche di potere, nelle quali il merito viene sacrificato sull’altare dell’appartenenza. Dei risultati virtuosi di quella esperienza consiliare non ho la presunzione di dirmi l’artefice, ma solo un testimone. Degli altri che non hanno risposto a questa logica sento, invece, il peso della responsabilità. Che però – avverte – non è soltanto mia”.

“Le chat divenute pubbliche, purtroppo, altro non sono che uno spaccato di questa situazione. Non le ho mai cancellate. Perché mai pensavo che il mio telefono potesse diventare oggetto di un provvedimento di sequestro. Ognuno aveva qualcosa da chiedere – punta il dito Palamara . – Ognuno riteneva di vantare più diritti degli altri. Anche quelli che oggi si strappano le vesti”.

“Penso, ad esempio – elenca l’ex-presidente dell’Anm – ad alcuni componenti del collegio dei probiviri che oggi chiedono la mia espulsione. Oppure a quelli che, ancora oggi, ricoprono ruoli di vertice all’interno del gruppo di Unità per la Costituzione. O, addirittura, ad alcuni di quelli che ancora oggi siedono nell’attuale Comitato direttivo Centrale. E che, forse troppo frettolosamente, hanno rimosso il ricordo delle loro cene o dei loro incontri con i responsabili giustizia dei partiti politici di riferimento. Sarebbe bello che loro raccontassero queste storie”, li stuzzica Palamara.

“Non devo essere io a farlo. Io ascoltavo sempre tutti. Anche gli esponenti della politica. Esprimevo le mie opinioni in libertà. Forse troppa. E, poi, decidevo con la mia testa. Da solo. Come ho sempre fatto in vita mia. Senza farmi mai condizionare da nessuno. E senza mai barattare alcunché – assicura l’ex-potente toga oramai precipitata. – Su questo sono pronto a sfidare chiunque”.

“All’inizio – ricorda Palamara – ero animato dal sacro fuoco del cambiamento. Perché ovviamente anche io mi rendevo conto che era un meccanismo infernale, dal quale però mi sono lasciato inghiottire. Ma ciò non per “sete di potere”, bensì in una “logica” – che oggi riconosco, comunque, erronea – secondo cui il rafforzamento della posizione, mia e del mio gruppo di appartenenza, avrebbe potuto assicurare opportunità di avanzamento di colleghi meritevoli. Ma il fine, ora non posso non ammetterlo, non giustifica mai i mezzi“.

“Quanto agli aspetti più “ameni” (eufemismo) della mia vicenda, più che le feste la mia passione, sin dai tempi dell’uditorato, è stata per il gioco del calcio – prosegue Palamara con una personalissima digressione. – In questo ambito abbiamo creato una Rappresentativa di Magistrati Italiani che si è cimentata nel sociale con la nazionale cantanti e la nazionale attori. Siamo andati in terra di mafia, di ndrangheta, nei centri di accoglienza e di recupero tossicodipendenti. Per dare un nostro contributo insieme a gente dello sport e dello spettacolo che ha voluto unirsi a noi. In questo ambito sono nati contatti e amicizie con questi noti personaggi“.

“Sugli aspetti deteriori del correntismo e sulle vicende che mi hanno riguardato alll’Hotel Champagne – affronta il cuore del problema Palamara – devo potermi difendere nella competente sede disciplinare. E spiegare, quando sarà il momento, a tutti i magistrati, le mie ragioni e lo stato d’animo che mi ha accompagnato in quei giorni. Non posso farlo oggi perché per difendermi ritengo di dover utilizzare tutti gli strumenti processuali che l’ordinamento mette a mia disposizione. Tra questi rientrano anche le questioni processuali attinenti l’utilizzabilità del trojan che insieme ai miei avvocati riteniamo fondamentali in ottica difensiva”.

Non mi sottrarrò alle mie responsabilità su questi fatti – preannuncia Palamara. – Oggi posso dire che ho sottovalutato le mie frequentazioni di quel periodo- Perché in me prevaleva l’idea di schivare qualsiasi pericolo- E di essere un incorruttibile. L’idea che si potesse pensare il contrario su di me mi ha fatto diventare un animale ferito. E questo mi ha portato spesso ad utilizzare espressioni sbagliate verso colleghi con i quali ho sempre avuto rapporti di stima. I fatti poi mi hanno dato ragione”.

“Sono andato in tv – continua nella sua difesa l’ex-presidente dell’Anm – perché i giornali un anno fa titolavano: “corruzione al Csm: Palamara accusato di aver preso 40.000 euro e di aver danneggiato il dott.Bisogni nel disciplinare”. Come ho detto con il recente deposito degli atti della Procura di Perugia queste accuse sono ora cadute. E la mia certezza di non aver mai commesso alcuna condotta illecita nella mia attività ha ora trovato conforto nella decisione degli stessi inquirenti. Per questo – spiega – ho ritenuto doveroso un chiarimento pubblico, vista l’ondata mediatica che mi ha travolto. E visto che dalla lettura delle carte stanno emergendo delle anomalie nell’utilizzo del Trojan. Che impediscono di avere una visione realmente completa di tutto quello che è realmente accaduto”.

“D’altra parte ritengo imprescindibile per questo CDC (Comitato Direttivo Centrale dell’Associazione Nazionale Magistrati, ndr) l’acquisizione completa degli atti del procedimento penale che mi riguarda – prosegue Palamara. – Anche perchè l’informativa del 10 aprile del 2019 del GICO della GDF fotografa solo una parte del mondo della magistratura essendo limitata all’ascolto delle telefonate tra il sottoscritto e Con. Ferri, e più in generale tra gli allora esponenti dei gruppi di Unità per la Costituzione e Magistratura Indipendente“.

“In questo contesto – affronta l’ultimo punto della sua autodifesa rivolgendosi ai suoi colleghi – ritengo convintamente di dover chiedere scusa ai tanti colleghi che nulla hanno da spartire con questa storia, che sono fuori dal sistema delle correnti, che ogni giorno “evadono” numerosi fascicoli dietro ai quali si annidano vicende personali complesse. E che, inevitabilmente, saranno rimasti scioccati dalla “ondata di piena” che è montata in questi giorni. E che rischia, ingiustamente, di travolgere quella magistratura operosa e aliena dalle ribalte mediatiche che rappresenta la parte migliore di noi”.

“Per loro io sono disposto a dimettermi solo – getta sul piatto della bilancia – se ci sarà una presa di coscienza collettiva ed insieme a me si dimetteranno anche tutti coloro che hanno fatto parte di questo sistema. Per dare oggi la possibilità a tutti quei magistrati che ingiustamente ne sono rimasti penalizzati di attuare un reale rinnovamento della magistratura senza infingimenti. Senza più tensioni. E senza sterili ed inutili contrapposizioni ideologiche. Spero che i prossimi 36 componenti del Comitato direttivo centrale possano essere questi ultimi. E che loro stessi possano difendere l’autonomia della magistratura, bene supremo per tutti”.

“Il d.m. 30 maggio 1996 è il mio concorso – conclude con una punta di amarezza Palamara. – E lo ricorderò sempre come il più bel momento della mia vita. Anche se mi ha portato via i due colleghi a cui tenevo di più. E con i quali condividevamo l’orgoglio di essere diventati magistrati della Repubblica italiana soggetti soltanto alla legge. Tutto quello che è accaduto in questo anno non ha nulla a che vedere con l’imparziale esercizio della giurisdizione al quale io sempre mi sono ispirato nel rispetto di tutti i cittadini italiani. Non farò – avverte l’Anm lasciando capire che la questione non finisce qui – il capro espiatorio di un sistema“.

 

 

 

Commenti

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  • Stefano Mancini 22 giugno 2020

    Da questa deposizione si capisce che ai poteri alti della magistratura sono tutti coinvolti in un sistema che non fa onore a nessuno e che dovrebbero essere tutti dimessi densa se è senza ma. Questa crema della società Italiana è sempre più avariata e il popolo e quello che ne paga sempre le conseguenze.

  • tore 22 giugno 2020

    oramai il dado e tratto fininira’ tutto a tarallucci e vino e nascera’ un altra csmentopoli

  • Giuseppe Forconi 22 giugno 2020

    Palamara ha in mano il vaso di Pandora, sta solo aspettando come si muoveranno i suoi colleghi e non.
    Chi piu’ trema in questo momento e’ il “PD”, sicuramente stanno studiando qualche mossa eversiva che gli possa salvare le terga.
    Forse stiamo per assistere, me lo auguro, alla distruzione della sinistra.
    Se Palamara ha veramente gli assi vincenti nella manica, deve parlare senza guardare in faccia a nessuno, …. ” Crolli Sansone con tutti i filistei “

  • Antonio Ginanni Corradini 21 giugno 2020

    Le correnti POLITICHE non sono la ( GIUSTIZIA ) quel Male dev’essere Eliminato tutto,altrimenti questo Stato, diventa MARCIO.
    Prego Presidente Mattarella cerca di fare il possibile?

  • GIANFRANCO 21 giugno 2020

    TUTTE BELLE PAROLE. FUORI I NOMI, UNO PER UNO.
    SOLO ALLORA SARAI CONVINCENTE. FUORI DALLA MAGISTRATURA.

  • antonio 21 giugno 2020

    Giusto Palamara non deve essere il capro espiatorio di un sistema, DEVE ESSERE FATTO FUORI QUESTO SISTEMA.

  • Cervohold 21 giugno 2020

    Non è credibile, o vuota il sacco fino in fondo, o come al solito si autoassolveranno……….. tutta la politica ha paura della Magistratura politicizzata che la può distruggere ad personam senza pagare dazio con le accuse più fantasiose per ordine del PD vero deux in machina di questo sistema corrotto.
    Rimango dell’avviso che non si può riformare un tumore in metastasi, o lo si estirpa o ti porta alla fossa…………….terzium non datur !

  • federico 21 giugno 2020

    La malagiustizia è stata il cancro dell’Italia negli ultimi 30 anni, ed ha distrutto molti italiani. E già si sviluppava negli anni ’80, vedi Tortora

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