Crisanti: «Il virus non se n’è andato. I focolai erano attesi e il rischio di chiudere di nuovo c’è»

venerdì 26 giugno 13:41 - di Lara Rastellino
Il direttore del dipartimento di Medicina molecolare e virologica dell'Università di Padova, Andrea Crisanti, foto Ansa

La fase 3, quella della convivenza con il virus, parte sotto i migliori auspici, ma anche tante incertezze e nuovi focolai. A chiarire luci e ombre e a fare il punto della situazione, allora, interviene oggi Andrea Crisanti, che dirige la microbiologia dell’Università di Padova, ed è l’uomo che ha spinto il Veneto ad usare in modo massiccio i tamponi. «I focolai erano attesi e il rischio di dover chiudere di nuovo, almeno certe zone, c’è. L’esperto lo sottolinea sulla Repubblica e aggiunge anche: «È ciò che avevamo previsto. Ci aspettavamo di avere a che fare, passata l’ondata principale della pandemia, con questi focolai. Del resto il virus non se ne è andato. Oggi (ieri, ndr) ci sono stati quasi 300 casi. Qualcuno la malattia la trasmette». Anche gli asintomatici? «Sicuramente sì, anche loro. Sennò non avremmo ancora tutti questi casi. Poi se ci sono persone che si ammalano e hanno i sintomi, trasmettono ancora di più. Non capisco proprio come certi colleghi abbiano potuto fare affermazioni fuorvianti e non coerenti con le stesse direttive del ministero alla Sanità sul tema degli asintomatici. Si sono presi una grave responsabilità».

Fase 3, Crisanti: virus e focolai nuovi? Me l’aspettavo

Del resto, aggiunge Crisanti, «la malattia circola nel mondo. In un giorno ci sono stati 180.000 casi. Chi non ha fatto il lockdown ha problemi. Basta vedere la Svezia. Oppure il Brasile, dove sta succedendo un disastro non paragonabile alla situazione italiana. Lì il problema è che troppe persone non hanno il medico. Paradossalmente è una situazione simile agli Usa, dove 50 milioni di cittadini non vanno dal dottore». E ancora: «Il problema con questa malattia è che si diffonde molto rapidamente. La chiusura deve essere tempestiva. La Germania, che ha avuto i problemi nei mattatoi, nel giro di tre giorni ha bloccato due distretti». Ma l’Italia non è stata rapidissima a chiudere: «Forse potevamo farlo prima, ma abbiamo agito bene sul lockdown. Per questo ora siamo in una situazione migliore di molti Paesi». Da noi si rischia di dover prendere decisioni come quelle dei tedeschi? «Nessuno può dirlo. Ma ovviamente è nelle probabilità che succedano cose di questo genere».

«I focolai erano attesi e il rischio di chiudere di nuovo c’è»

Data questa non trascurabile premessa, il direttore del dipartimento di Medicina molecolare e virologica dell’Università di Padova, Andrea Crisanti, aggiunge: adesso sono fondamentali le Asl, che devono trovare i casi e isolarli. «Non stanno andando male. Ad esempio a Roma si è lavorato bene sul focolaio al San Raffaele. Vediamo cosa succede a Bologna, mentre Mondragone mi preoccupa di più. A parte queste situazioni, la gran parte dei casi sono intercettati presto e si fanno i tamponi. È confortante». Nel Paese sembra essere diminuita la paura del virus. «Si vede un po’ di rilassamento».

Dai politici messaggi contraddittori. Non hanno dato il buon esempio

«Per forza – dice Crisanti – gli italiani hanno avuto messaggi contraddittori dai politici, che non hanno dato il buon esempio. Prima si dice che siamo in pericolo, poi che bisogna sbrigarsi a riaprire. Ci sono ancora asintomatici. Le Asl stanno lavorando bene, ma non ne siamo usciti tutto perché l’economia è la cosa più importante. Qui in Veneto un giorno si chiede di far ripartire le discoteche, e quello dopo si invita a stare attenti. La gente ha bisogno di verità». E qual è? «Che il virus circola ancora ed esiste un certo livello di rischio, come i casi di questi giorni stanno a dimostrare»…

La situazione no va sottovalutata. E le scuole allora?

Ma sono ancora tante le cose da chiarire. Tra queste, il fatto che ad ottobre, ribadisce Crisanti, «chiaramente il rischio aumenterà. Le persone staranno più al chiuso, le temperature saranno più basse, e l’umidità più alta. Poi c’è l’effetto confondente con altre malattie da raffreddamento. Per questo bisogna incoraggiare tutti a fare la vaccinazione anti influenzale». Non solo: in generale ora, e ancor più plausibilmente in autunno, aggiunge l’esperto, «non ci possiamo permettere il lusso di sottovalutare la situazione». E con le scuole allora? Come noto si dibatte molto sulle misure per riaprire le scuole a settembre in sicurezza.

Test e tamponi al personale scolastico? “Soldi buttati” nella propaganda

Anche su questo dato, Andrea Crisanti, ordinario di Microbiologia all’Università di Padova, l’esperto che ha contribuito attivamente alla strategia regionale sui tamponi, si dice contrario alla possibilità di fare i test al personale scolastico. «In questo momento – spiega dalle colonne del Messaggero – la prevalenza è così bassa che sono soldi buttati, perché non sono soggetti a rischio. Test e tamponi vanno fatti in maniera mirata. Con i numeri di oggi, il rischio di falsi positivi è più elevato della possibilità di trovare i positivi veri. È un fatto statistico. Quando la prevalenza è così bassa il rischio di sbagliare diventa superiore alla capacità di identificazione. Ripeto, sono soldi buttati. Capisco che sia difficile da comprendere, ma fare i tamponi deve rispondere a una strategia precisa di sanità pubblica, non a un’esigenza di propaganda».

 

Commenti

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  • Francesca Pozzoli 26 giugno 2020

    Catastrofista!!! Impara da Zangrillo!!! Invece che di virus moriremo di fame!!! È smettetela di fare terrorismo psicologico!!! Aprite tutto tenendo per gli adulti la mascherina ma per il resto scuole ecc. aperte e tempo pieno e prolungato perché i genitori devono rientrare al lavoro se un lavoro avranno ancora! ?

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