Poliziotto ucciso a Napoli un mese fa: è già fuori uno dei quattro rom

venerdì 29 maggio 15:20 - di Davide Ventola

Il nome di Pasquale Apicella, il poliziotto ucciso a Napoli da quattro rapinatori in fuge, è diventato un nome simbolico. Il nome emblematico della condizione degli uomini e delle donne delle forze dell’ordine, abbandonati. Mal difesi e ancora peggio tutelati.

I quattro rom accusati di omicidio volontario

Fa ancora scalpore quanto deciso pochi giorni fa dal Tribunale del Riesame. Si è infatti espresso sulla richiesta di scarcerazione presentata dal collegio difensivo per Fabricio Hadzovic, 40 anni, Admir Hadzovic, 27 anni, Igor Adzovic, 39 anni, e Renato Adzovic, 23 anni, i quattro uomini residenti nel campo rom di Giugliano. Sono in carcere per aver provocato la morte dell’agente scelto Pasquale Apicella, nella notte del 27 aprile scorso. Il Riesame ha confermato gli arresti e la qualificazione giuridica della Procura: quella notte si trattò di omicidio volontario. Unico scarcerato è Renato Adzovic, che era stato accusato di favoreggiamento ma non di omicidio.

Poliziotto ucciso: protestano i sindacati di polizia

“A meno di due settimane dai funerali del collega Pasquale Apicella, ecco la prima scarcerazione. Non posso che unirmi al dolore della moglie e di tutta la sua famiglia, esprimendo la mia più totale indignazione”. Così Franco Maccari, vicepresidente nazionale della Federazione Sindacale di Polizia (Fsp). Maccari ha commentato amaramente gli sviluppi in tribunale relativi al poliziotto ucciso. 
“Il soggetto scarcerato – prosegue la nota della Fsp – è accusato di favoreggiamento, mentre gli altri tre componenti della banda sono rimasti in carcere con l’accusa di omicidio volontario, rapina e resistenza a pubblico ufficiale. Lui adesso potrà fare rientro a casa, mentre due bimbi piccoli non vedranno mai più rientrare in casa il loro papà. Tutto questo non può restare impunito, lo Stato avrebbe dovuto dare un segnale forte assicurando alla famiglia del collega che chi ha sbagliato riceverà la giusta pena. Lo si doveva alla moglie, ai genitori ai suoi bambini e a quanti – conclude – hanno pagato con la vita per contrastare la criminalità”.

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