Il coronavirus ha risparmiato la Puglia, ma la sanità della Regione ha troppi punti critici irrisolti

mercoledì 13 maggio 17:45 - di Marino Petrelli

La sanità pugliese in tempi di Coronavirus, luci e ombre di un sistema da rivedere profondamente. Dall’inizio dell’emergenza la Regione, nel complesso, ha retto e nell’ultima settimana in particolare ha ridotto i nuovi casi giornalieri ad una media inferiore a 20. “Abbiamo evitato un disastro epidemiologico legato al ritorno di circa 30 mila cittadini pugliesi – ha detto Pierluigi Lopalco, epidemiologo a capo della task force istituita dalla Regione Puglia per far fronte all’emergenza coronavirus in risposta ad un attacco dell’europarlamentare Raffaele Fitto – L’ondata pandemica è passata dalla Puglia senza che il sistema ospedaliero fosse messo in crisi”.
Lopalco difende, come è giusto che sia, le buone cose fatte in Puglia e quello che ha funzionato. Ma dimentica le criticità emerse in queste ultime settimane.

A marzo, ad esempio, l’aumento percentuale dei decessi in Puglia è stato il quadruplo di quello registrato nello stesso periodo nel Sud Italia. Lo certifica il nuovo dossier dell’Istat per l’Istituto superiore di sanità senza però specificare le cause. “In Puglia abbiamo due questioni molto rilevanti: una è il tasso di mortalità Covid-19, che imporrebbe a qualcuno di riflettere su eventuali errori strategici nella lotta al virus; l’altra è l’indice di contagio, per il quale la nostra Regione è al secondo posto dopo il Molise”, ha dichiarato in conferenza stampa il consigliere regionale dell’opposizione Nino Marmo.

Le Usca non partono, anzi sì

Non aiuta il fatto che non siano state ancora attivate le Unità speciali di continuità assistenziali, le cosiddette Usca. La Puglia non eccelle neanche sul piano dei presidi territoriali, messi a dura prova dall’ondata di prepensionamenti di molti medici, che ha ridotto l’organico come denunciato ad inizio anno dalla Finmg pugliese. Sulle Usca, in particolare, previste dal Dpcm dello scorso 9 marzo, una ogni 50 mila abitanti, la regione è in grave ritardo. In tutta la Puglia, alla data del 26 aprile, ne sarebbero dovute partire 80 secondo quanto annunciato dal presidente Emiliano, ma ciò non è accaduto: non ci sono dottori disponibili. Secondo Vito Montanaro, direttore del dipartimento politiche della salute della regione Puglia, soltanto 26 medici di continuità assistenziale, le vecchie guardie mediche, hanno confermato la loro adesione. La prima Usca è partita l’11 maggio a Ceglie Messapica, in provincia di Brindisi. Altre quattro sarebbero pronte a Bari e provincia. Intanto i pazienti domestici malati di Covid in Puglia sono ancora l’83 per cento del totale degli attualmente positivi in regione e aspettano la giusta assistenza.

Come ulteriore fattore di criticità spicca poi il dato sul numero ridotto dei tamponi effettuati. La Puglia, con i suoi 37 tamponi ogni 100 mila abitanti, è all’ultimo posto in Italia. La sesta puntata dell’Instant Report Altems Covid 19, il resoconto settimanale dell’Alta scuola di economia e management dei servizi dell’Università Cattolica di Roma. Aggiunge che il tasso settimanale più basso si registra in Puglia, 2,64 tamponi per 1000 abitanti; quello più alto è nella Provincia autonoma di Trento con 14,14 per 1000 abitanti. Il Lazio si ferma a 4,87 per cento, sotto la media nazionale, pari a 6,62 per 1000. “Se confrontiamo il numero di casi testati con il tampone in Veneto sul numero di casi totali, osserviamo un caso individuato ogni 13,2 tamponi effettuati; in Puglia questo rapporto è pari a 12,7 – dicono dalla Regione -. In pratica se il numero assoluto di tamponi che sono stati effettuati in Puglia sembra più basso è solo perché noi abbiamo avuto meno casi, 4.300 contro i 18.700 del Veneto”.

Le altre criticità pugliesi

I contagi tra gli operatori sanitari. Almeno 121, ma il dato è per difetto, secondo i sei ordini dei medici pugliesi che hanno inviato una lettera al presidente Emiliano, per chiedere un incontro urgente per la cosiddetta Fase 2, incontro che ci risulta non essere ancora avvenuto. E poi i contagi negli ospedali. Al “Perrino” di Brindisi, prima quattro casi di operatori sanitari nel reparto di oculistica, che per l’emergenza Covid ha accorpato vari reparti, poi altri positivi in pneumologia, un medico, due infermieri e un operatore socio-sanitario. Non solo, anche il furto di vari kit di reagenti dal laboratorio di analisi all’interno del nosocomio che ha costretto la Asl a sospendere i tamponi per alcuni giorni. Infine la mancata apertura di una struttura di terapia intensiva nel piazzale interno dell’ospedale. Costruito con soldi pubblici e privati (importante la donazione della Banca d’Italia), non ha mai visto la luce. Consegnato il 24 aprile, e destinato ad incrementare con 28 posti il vecchio reparto nel caso di bisogno, è ancora in attesa del primo paziente. Alla fine non servirà ed è un bene, così come l’ospedale in Fiera costruito a Milano, utilizzato da pochissimi pazienti e oggetto di feroci critiche. Contagi tra sanitari anche al “Camberlingo” di Francavilla Fontana, comune di 36 mila abitanti in provincia di Brindisi, all’interno del reparto di Ortopedia e traumatologia, in un primo momento sanificato e chiuso ai ricoveri per disposizione della direzione medica di presidio e poi riaperto nel giro di poche ore, un po’ come era successo al pronto soccorso di Alzano Lombardo.

A Lecce il Dea, il Dipartimento di emergenza e accettazione, costato oltre 75 milioni di euro, inaugurato poco prima di Natale 2019 e attualmente ospedale Covid, presenta da un mese una perdita nell’impianto di gas medicali, che rifornisce i reparti e che richiede l’interruzione del servizio per poter essere riparata. La Guardia di finanza ha richiesto la documentazione, nel frattempo dalla Asl fanno sapere che “All’interno del Dea dell’Ospedale Vito Fazzi di Lecce tutta l’attività assistenziale è regolarmente assicurata. Non ci sono pazienti degenti in terapia intensiva Covid perché, fortunatamente, nessun paziente affetto da infezione da Sars-CoV-2 necessita più di cure intensive/rianimatorie, essendo stato dimesso anche l’ultimo malato”.
Il tema degli ospedali in Puglia è dibattuto da tempo. Il piano di riordino del presidente Emiliano prevedeva la chiusura proprio a fine 2019 di 11 ospedali locali al fine di risanare le esauste casse delle Asl pugliesi. Negli ultimi giorni lo stesso presidente ha categoricamente smentito e anzi ha rilanciato, con sei delibere di giunta emanate ai primi di aprile, una corposa ristrutturazione delle strutture pugliesi e un forte slancio alla medicina territoriale. Su tempi e costi della realizzazione è ancora tutto da verificare. Nel frattempo una visita cardiologica necessita ancora di tre mesi di attesa in una qualsiasi struttura pubblica pugliese, Stessa storia per una mammografia che negli ospedali pubblici ha una lista d’attesa che va da 60 ai 205 giorni. Troppo lontano dalla normalità.

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