Coronavirus, l’Inps: «I dati della Protezione Civile sono poco attendibili, i morti sono di più»

venerdì 22 maggio 8:50 - di Liliana Giobbi
Inps

I conti non tornano. Lo certifica l’Inps. Mancano quasi ventimila vittime del coronavirus nel conteggio “ufficioso” redatto in base ai numeri forniti dalla Protezione Civile. A fare chiarezza è l’analisi della mortalità nel periodo di epidemia da Covid-19. «La quantificazione dei decessi fornita dalla Protezione Civile è poco attendibile. Utilizza il numero di pazienti deceduti positivi fornito su base giornaliera. Viene influenzata non solo dalla modalità di classificazione della causa di morte, ma anche dall’esecuzione di un test di positività al virus».

L’Inps: importante anche il luogo del decesso

Inoltre, «anche il luogo in cui avviene il decesso è rilevante. Mentre è molto probabile che il test venga effettuato in ambito ospedaliero, è molto difficile che questo venga effettuato se il decesso avviene in casa». L’Inps fa “parlare” i numeri. «Il periodo dal 1° gennaio al 28 febbraio 2020 registra un numero di decessi inferiore di 10.148 rispetto ai 124.662 attesi dalla baseline. Dal 1° marzo al 30 aprile 2020 registra un aumento di 46.909 decessi rispetto ai 109.520 attesi. Il numero di morti dichiarate come Covid-19 nello stesso periodo è stato di 27.938».

Le perplessità dall’analisi dei dati

A questo punto «ci si può chiedere: quali sono i motivi di un ulteriore aumento di decessi pari a 18.971, di cui 18.412 tutti al Nord? Tenuto conto che il numero di decessi è piuttosto stabile nel tempo, con le dovute cautele, possiamo attribuire una gran parte dei maggiori decessi avvenuti negli ultimi due mesi, rispetto a quelli della baseline riferita allo stesso periodo, all’epidemia in atto».

Le cifre dimostrano il contrario

E dire che il 2020 – tra gennaio e febbraio – si avviava ad essere un anno con una mortalità inferiore a quella attesa. L’Inps fa parlare i dati. -8% in media, -7% per gli uomini e -9% per le donne, di cui -9% al Nord, -9% al Centro e -7% al Sud. Quanto alle classi d’età, la diminuzione più forte si aveva fra 0 e 49 anni (-13%), poi 60-69 anni (-12%), 70-79 anni (-10%), 80-89 anni (-9%), 50-59 anni e da 90 anni in su (-4%). Per quanto riguarda le zone territoriali, la diminuzione della mortalità si era segnalata in tutte le oltre cento province italiane, tranne tre soltanto: Teramo, Matera e Vibo Valentia.

L’Inps e l’inversione di tendenza

L’inversione, con diversa intensità, riguarda tutto il territorio nazionale con un +43% ma soprattutto il Nord Italia dove si ha quasi un raddoppio del numero dei morti giornalieri pari al +84% contro il +11% del Centro e il +5% del Sud.

Le vere conseguenze dell’epidemia

«L’andamento dei decessi, nel periodo considerato, è stato condizionato sia dall’epidemia che dalle conseguenze del lockdown», sottolinea l’Inps. «Sia in negativo, ad esempio per le persone morte per altre malattie perché non sono riuscite a trovare un letto d’ospedale o perché non vi si sono recate per paura del contagio. Sia in positivo, pensando alla riduzione delle vittime della strada o degli infortuni sul lavoro per lo smartworking e il blocco dell’Italia». In ogni caso, «per comprendere al meglio le vere conseguenze dell’epidemia», avverte l’Inps, «si dovrà aspettare di debellare completamente il virus. Il che avverrà presumibilmente tramite un vaccino o una terapia antivirale efficace».

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