Arrestato Capristo, il procuratore capo di Taranto. L’accusa: pressioni per indirizzare le indagini

19 Mag 2020 10:54 - di Redazione
Capristo

Il procuratore capo di Taranto, Carlo Maria Capristo, finisce agli arresti domiciliari. È coinvolto in un fascicolo di inchiesta aperto da colleghi di Potenza, competenti sui reati commessi dai magistrati in servizio nel capoluogo ionico. La vicenda, però, riguarda pressioni che Capristo avrebbe esercitato su un magistrato di Trani poco dopo il suo trasferimento a Taranto. Il fascicolo di indagine sarebbe stato aperto dalla stessa procura di Trani e poi trasferito a Potenza.

La vicenda di Capristo

Una vicenda di cui al momento non sono noti i dettagli. Ma – come riporta il Fatto Quotidiano – potrebbe essere legata alle indagini che hanno coinvolto i suoi ex colleghi Michele Nardi e Antonio Savasta. Per Capristo è una nuova tegola giudiziaria dopo l’accusa di abuso d’ufficio mossa dai magistrati di Messina nell’inchiesta sul “sistema Siracusa“, una presunta organizzazione che secondo l’accusa era in grado di pilotare le decisioni del Consiglio di Stato, ma anche di aggiustare le richieste provenienti da magistrati e politici. Anche i fatti siciliani che coinvolgono il capo degli inquirenti tarantini, riguardano il periodo in cui Capristo era procuratore di Trani.

L’inchiesta Eni

Si tratta del famoso depistaggio sull’inchiesta Eni. Nel capoluogo tranese – si legge sempre sul Fatto Quotidiano – era infatti giunto uno degli esposti anonimi redatti dall’avvocato siciliano Piero Amara per mettere in piedi una sorta di depistaggio delle indagini sull’Eni per le tangenti versate dal colosso petrolifero in Nigeria. Per i giudici messinesi, Capristo avrebbe inviato l’esposto anonimo non ai colleghi di Milano, competenti su quella vicenda, ma a Siracusa dove l’allora pubblico ministero Giancarlo Longo, che ha patteggiato una condanna per corruzione e associazione a delinquere, su input di Giuseppe Amara, fratello di Piero e legale esterno dell’Eni, aveva messo in piedi un’indagine priva di qualunque fondamento con il solo scopo di intralciare l’inchiesta milanese in cui è coinvolto anche l’amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi.

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