Se non fate il tampone a tutta la sanità non ne usciremo più

lunedì 23 marzo 6:00 - di Francesco Storace

Gira voce che un reparto del Gemelli sia stato chiuso per l’infezione di una ginecologa. Non proprio personale in prima linea. Analogamente è accaduto per un sanitario colpito nel reparto oculistica del sant’Eugenio.

Se succede a un chirurgo, a un ginecologo, a un oculista, la situazione è ancora più drammatica di quanto si possa immaginare. Che cosa starà accadendo a chi sta proprio a contatto con i pazienti più gravi?

Se non si vogliono chiudere reparti e ospedali si spendano quattrini ma è fondamentale praticare tamponi una volta a settimana, ogni due, al personale sanitario.

Domanda: almeno nei reparti citati – e ci sono anche RSA colpite – il test del tampone è stato effettuato a tutti i medici e infermieri? Almeno in quelli che vengono definiti cluster? Abbiamo avuto notizia di un centro Covid-19 al Policlinico Umberto I di Roma. Eppure lì abbiamo letto di casi clamorosi di contagio…. siete sicuri?

Non stiamo mettendo sotto accusa nessuno e nemmeno la sanità laziale, tentiamo solo di capire a che punto è l’osservazione nelle strutture del centrosud perché è al nord sta succedendo proprio questo: i sanitari sono sotto attacco del coronavirus, sono i più esposti.

Tutelare i sanitari anche socialmente

I tamponi servono come il pane e devono essere effettuati con frequenza se non settimanale almeno ogni quindici giorni. Poi, c’è anche un contesto sociale – e ci abbiamo riflettuto dopo aver ascoltato in tv chi sta in prima linea, come chi lavora allo Spallanzani. Attorno alla sanità c’e il rischio di far prevalere il grande sospetto: l’untore. E invece questa gente si sta ammazzando per noi. Ecco perché va protetta a tutti i costi.

Allontanare i “positivi” dagli ospedali. Sottoporre a tampone anche i sanitari che non stanno direttamente in prima linea.

E’ un principio di precauzione da assumere con immediatezza. E lo devono capire il ministro Speranza e il premier Conte. Inutile dire quanto sono bravi i nostri medici e i nostri infermieri. E non si interviene con rapidità e prevenzione gli “angeli” finiscono in Paradiso. L’Italia oggi ha un dovere anzitutto verso chi sta faticando da pazzi per salvarci la pelle.

I tamponi sono la fotografia del momento e sono comunque la prima urgenza, per distinguere chi sta bene e chi sta male, per isolare chi è colpito dal coronavirus, per garantire assistenza adeguata agli stessi pazienti. Sbrigatevi. Ora. Non fateveli fregare ancora.

Commenti

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  • Enrico Pelilli 23 marzo 2020

    Sono un medico e, studiando e ascoltando i virologi sono arrivato a queste conclusioni :
    1) il virus, anche se ci barrichiamo in casa, non andrà via, ovviamente i contagi diminuiranno, ma appena metteremo fuori di casa il muso, riprenderà ad aggredirci,
    2) a parte i soggetti deboli, perché portatori di patologie croniche, e gli ultrasessantenni, i casi con complicanze respiratorie sono pochi e gestibili dal S.S.N..
    3) l’unica soluzione è il vaccino, ma questo, se va bene arriverà a fine anno.

    Date le premesse, dovremmo stare in casa per 6-8 mesi!
    Non saremo morti da virus, ma sicuramente e indistintamente da età, di fame tutti.

    Vi può essere un’alternativa?
    Io proporrei:
    1) rigida quarantena per soggetti deboli e ultra sesantenni (vietando anche la spesa al supermercato o di portare il cane a sporcare) per 3 mesi,
    2) libertà assoluta, anche produttiva, per gli altri. Per i più il virus non provocherà alcun danno o una normale influenza. Nei casi, eccezionali in questo range di età, di complicanze polmonari, non dovrebbe essere un problema, data la modestia dei numeri, garantire l’assistenza anche nei reparti di rianimazione.
    3) raggiunto, in tal modo, una immunità di gregge (almeno il 70% della popolazione con anticorpi contro i Covid19) anche i più anziani e i soggetti deboli potrebbero riacquistare la propria libertà.

    Apriamo pure una discussione…

  • vito p. 23 marzo 2020

    Volevo andare a donare il sangue, per via dell’emergenza, ma poi non l’ho fatto. Anche in Puglia i contagi avvengono prevalentemente nelle strutture sanitarie. Non hanno mascherine e non fanno i tamponi perchè Emiliano afferma che il protocollo non lo prevede. I medici ed infermieri, se possono, lasciano la propria famiglia dai suoceri e rientrano a casa riamanendo isolati e se poi si infettano (senza saperlo) e contagiano colleghi e pazienti rischiano il posto di lavoro, vedi il caso del medico di Castellaneta.

  • Gian Paolo Brini 23 marzo 2020

    Aggiungo agli “angeli” degli ospedali ed ai sanitari che non stanno direttamente in prima linea tutti coloro che a seguito del decreto DPCM del 22/03/20 possono continuare le attività elencate nell’allegato 1 e nel punto “f” del decreto “produzione, trasporto, commercializzazione ……… nonché di prodotti agricoli e alimentari.” Se non tuteliamo chi obiettivamente è più esposto al rischio di contagio avremo solo una distinzione tra malati e non un dato rivolto ai portatori sani di tutte le attività indicate “essenziali” nell’allegato 1 quali, ad esempio, i Consorzi Agrari. I tamponi sono indispensabili per tutti coloro che ci consentono di stare a casa. A loro il mio grazie.

  • Renato Pacini 23 marzo 2020

    I tampni, mezzo milione, non se liè presi Trump?

  • MarioSalvatore MANCADIVILLAHERMOSA 23 marzo 2020

    Regis ad exemplum totus componitur orbis recita un antico adagio nella lingua dei padri (che forse i nostri “soloni” o pseudo tali hanno dimenticato o peggio ancora non hanno mai studiato). Quindi, tradotto papale papale, significa che tutto il mondo si fonda sul modello fornito da chi ci comanda. Quindi, signori, si diano una mossa! Si dorme a letto dopo aver duramente lavorato, ma quando si è svegli si lavora! A buon intenditor…

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