Salvini e/o Mussolini: così Buttafuoco ridicolizza gli antifascisti di Pavlov

lunedì 2 Marzo 12:51 - di

Salvini e/o Mussolini di Pietrangelo Buttafuoco (PaperFIRST by Il Fatto Quotidiano, euro 12.00) è un libro di rara perfidia. Nel senso che le 155 pagine che lo compongono sono all’insegna di un’intelligenza giocosa e crudele. La somma di intelligenza e crudeltà dà come risultato, per l’appunto, la perfidia. Che tanto più risulta perfida quanto più la si esprime giocando.

La perfidia di Buttafuoco colpisce innanzi tutto gli «antifascisti in assenza di fascismo». Quelli dai riflessi pavloviani in eccitazione perenne e dalla salivazione abbondante. Diventata sovrabbondante dopo le europee dello scorso anno, quando Salvini fece strike nell’urna. E dopo, soprattutto, il mojito che è andato di traverso a Matteo nella fatale estate del Papeete. Fatto che propiziò la nascita del Giuseppi Due. Dispiace , sia detto per inciso, che a paragonare improvvidamente il Capitano al Duce sia stato, tra gli altri, in un recupero di furbizia “democratica”, il compianto Giampaolo Pansa. Il cui ultimo libro , uscito pochi mesi prima di morire, reca in copertina la foto di un Salvini insignito del titolo di “dittatore”. Un antifascista che arrivò a scrivere libri che smossero il cuore di tanti neofascisti, diventati improvvisamente smemorati (ben prima di Pansa ci fu Pisanò), è cosa che rimanda ai vari misteri buffi della coscienza italiana.

Ridendo dei travasi di bile antifascisti

Buttafuoco parte dalla premessa che c’è sempre un «capo dei puzzoni» contro cui gli odiatori “democratici” dirigono i loro travasi di bile. Negli ultimi trenta-quarant’anni c’è stato innanzi tutto Bettino Craxi. Poi c’è stato Silvio Berlusconi. Ora c’è Salvini. Con la precisazione che Buttafuoco non considera il Cavaliere un precursore del Capitano. Quanto piuttosto un suo ingombrante garante. Come fu, a suo tempo, il Re nei confronti del Duce. «Il Berlusconi di Mussolini è Vittorio Emanuele III». Speriamo solo che non finisca oggi come finì il 26 luglio del 1943.

Al dunque Pietrangelo disattiva gli odiatori di professione e per vocazione ridicolizzandoli nel gioco del confronto tra passato e presente. Tra un passato pesante, tragico e mitico. E un presente leggero, farsesco e iperbolico. Fa il contrario, Buttafuoco, di quello che ha fatto l’esimio professore Emilio Gentile con il libro Chi è fascista (Laterza). Volume uscito lo scorso anno per contrastare la furoreggiante renaissance antifascista opposta all’onda montante del sovranismo. Una renaissance che ha partorito, tra le altre disonestà, la riproposta editoriale dello stolido e tossico libello di Umberto Eco Il fascismo eterno. Un distillato d’odio che permette all’ideologo- semiologo di favorire, ancorché post-mortem , l’abnorme secrezione di saliva antifascista. «Il fascismo può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti» e il «nostro dovere è di smascherarlo e di puntare l’indice su ognuna delle sue nuove forme». E tanto basta. Tanto basta a ricordare ai sovranisti che l’apparato politico- mediatico antifascista continua a odiarli ferocemente anche quando, amabilmente, li blandisce.

La “ruspa”, la “trebbiatrice” e altro ancora

Buttafuoco, dicevo, fa il contrario dell’illustre allievo di De Felice. Perché, a differenza dell’autorevole professore , non prende sul serio i neo-anti-fascisti. E non pretende quindi di confutare le loro tesi dimostrando, ex cathedra, che non esiste «alcuna analogia e somiglianza» tra il sovranismo di oggi e il fascismo di ieri. No, Buttafuoco fa l’unica cosa sensata contro gli antifascisti in servizio permanente effettivo: li prende perfidamente in giro.

E lo fa raccogliendo, in ordine alfabetico, settanta medaglioni con la faccia di oggi e con il rovescio di ieri (o viceversa). Settanta flash moltiplicati per due, che fanno centoquaranta, su momenti, personaggi, parole chiave del presente che rimandano a momenti, personaggi, parole chiave del passato. E che creano una leggera ebbrezza o, se preferite, un gustoso cortocircuito.

Come, quando, ad esempio, Buttafuoco mette a confronto le “macchine” sovraniste e quelle fasciste. Vale a dire la salviniana “ruspa” di oggi con la mussoliniana “trebbiatrice”di ieri. L’una «tormentone della campagna elettorale» del 2018. L’altra che riconduce alla Battaglia del grano del 1925, quando «Benito Mussolini si mette alla testa dei contadini e avanza, assiso sulla trebbiatrice, tra le spighe».

Oppure come quando, parlando di xenofobia e razzismo, l’autore stabilisce la differenza tra la «zingaraccia», che minaccia di morte Salvini e alla quale il Capitano risponde «con un tiè!», e la Faccetta Nera, Bella Abissina della campagna d’Etiopia. «Il fascismo in cerca di un posto al sole non dice “negro”, tantomeno “negra” e lo ius soli lo canta con la poesia romanesca di Renato Micheli, su musica composta da Renato Ruccione, cantata da Carlo Buti». Che ne sa un povero cineasta in cerca di benemerenze politically correct come Checco Zalone, il quale, con il noioso film Tolo Tolo, è «inciampato, povero lui, nel benignismo»? «A discapito dell’originalità, il comico d’Italia, fabbrica una sceneggiatura tutta contro Salvini».

E nel confronto tra ieri e oggi è coinvolto anche l’onesto sociologo Luca Ricolfi, che «rinuncia ai privilegi del suo status – essere un rappresentante dell’establishment» per annunciare ai suoi pari, accademici con la puzza sotto il naso e intellettuali snob, che la «Lega e il suo leader non sono il male assoluto ma semplicemente un’altra idea di politica rispetto Alla Sinistra». Il paragone è nientemeno che con Winston Churchill, il quale, nel 1927, durante un visita a Palazzo Venezia, «rinuncia ai pregiudizi propri del suo mondo e resta per oltre un’ora a colloquio –per sottolineare interesse- con l’uomo considerato dalle cancellerie borghesi nel mondo come un pericolo per lo status quo liberale». E Churchill dirà: «Il genio romano è impersonato da Mussolini».

È impossibile, in questa sede, dare conto completo dei settanta medaglioni di Buttafuoco. Basterà solo dire che tutti questi confronti tra passato e presente sono un po’ come le ciliegie. Una volta che se n’è assaggiata una, non ci si ferma più e si svuota il piatto (o il libro, che dir si voglia) in men che non si dica.

Niente sconti al Capitano

Naturalmente, la perfidia di Buttafuoco si rivolge anche a Salvini e ai salviniani più ardenti. Nel senso che tra Il Duce e il Capitano non c’è proprio confronto che tenga. Non foss’altro perché il presente è sempre e comunque perdente rispetto al passato.

Ma c’è anche il fatto che l’autore non fa comunque sconti a Salvini. Se, da un lato, gli riconosce la capacità di piacere «alla gente che non piace a nessuno» cioè la «gran folla del codice a barre», la capacità, insomma, di essere «l’italiano degli arcitaliani», dall’altro non si fa scrupolo di contestargli le «stupidaggini» che gli scappano di bocca in materia geopolitica e il fatto che «non scava in profondità i problemi complessi». In sostanza, il Capitano è imbattibile nel suo essere «figlio del suo tempo» e quindi nella sua capacità di attrarre consensi e voti. Ma, se vuole realmente entrare nella storia d’Italia, deve dimostrare anche la capacità di compierla, una rivoluzione, o almeno di provarci con una certa serietà. Deve essere ben consapevole che gli annunci di rivoluzioni immaginarie producono, alla fine, solo frustrazione. E che tanto più altisonante è l’annuncio, quanto più devastante è la frustrazione in assenza di apprezzabili realizzazioni.

Su questo punto Buttafuoco sospende il giudizio. Senza pregiudizi. Se il Capitano sarà all’altezza, lo scopriremo vivendo. Nel frattempo l’autore così annota: «Dal liceo Manzoni–ottima scuola- sbuca Salvini chiamato alla prova, se mai riuscirà a cavarsela ora che in tante procure della Repubblica stanno fabbricando il sacco per rinchiuderlo e finirla lì». Come hanno fatto, le procure, con Craxi e come hanno tentato di fare con Berlusconi.

Italo Balbo e Giorgia Meloni

Ma potrebbero non essere i magistrati l’ostacolo più impervio per Salvini. Né tantomeno potrebbero essere damerini invecchiati come Zingaretti o Giuseppi. L’ostacolo serio potrebbe invece venirgli da chi sta crescendo nell’orto del centrodestra : Giorgia Meloni.  Buttafuoco vi accenna due volte. Quando ricorda che il già citato Ricolfi «ha un debole» per la leader di FdI: «Ritiene sia il problema di Salvini. Ben più impegnativo di quanto possa esserlo il Pd». E quando, nel gioco dei confronti tra passato e presente, sottolinea che, se oggi la Meloni «mette in ombra» il Capitano, ieri era Italo Balbo a mettere in ombra il Duce. E, si parva licet, è legittimo pensare che potrebbe finire diversamente da come finì all’epoca. Non foss’altro perché il “ricevente ombra” di oggi non dispone di una Quarta Sponda dove spedire la “dante ombra”, come accadde più di 80 anni fa ai danni del “dante ombra” Pizzo di Ferro.

Alla fine, vale la pena osservare che gli odiatori antifascisti non fanno altro che giocare con la chincaglieria rimasta in vendita nel mercatino dei cimeli del Novecento. Come tutti. Il problema è che non vogliono ammetterlo. E pretendono di parlare seriamente. Perché al dunque, nell’Italia delle passioni viscerali e travolgenti, la politica si riduce all’antropologia. C’è il tipo manierato e ipocrita. E il tipo sanguigno e verace. E scusate se è poco. Con buona pace dei dotti politologi. La perfidia di Buttafuoco ci invita a riflettere, anche e soprattutto, su questo.

 

Commenti

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  • Paolo Giammancheri 2 Marzo 2020

    Grande Pietrangelo Buttafuoco, mio corregionali…!!!!
    Io appartengo alla categoria dei “sanguigni e veraci” ; con buona pace di chiunque altro….!!!!

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