Piero Chiara, l’Italia profonda descritta dal Caffè Clerici sul Lago Maggiore

lunedì 23 marzo 17:55 - di Massimo Pedroni

Nel fondo della bisaccia della creatività di uno scrittore, rimane sempre un alone di opacità, mistero. Rispetto alle sue metodologie di lavoro, sensibilità, scelta del linguaggio. L’ immagine ottocentesca, un poco romantica, che sopravvive in una larga parte della coscienza sociale, incasella la figura dello scrittore, come quella di una persona assorbita da suoi percorsi immaginari, maturati e fatti lievitare in una atmosfera di concentrazione e solitudine. E’ anche così, ma non è solo e sempre così. C’è una letteratura infatti che si nutre di affabulazioni. Di spunti colti in situazioni di viva socialità. Racconti, magari di cose marginali, narrate tra amici in un bar, in una trattoria, tra le carambole di una partita a biliardo. Rievocazioni di situazioni esilaranti. Talvolta dai risvolti boccacceschi. Con protagonista magari qualcuno dei presenti. Il cuore insomma di quel genere che cinematograficamente parlando verrà definita “Commedia all’Italiana”. Genere che spesso come nel caso dei lavori di Piero Chiara, ha come sfondo la provincia italiana. Nell’allegra brigata si narra a rotazione. Suscitando tra gli ascoltatori, incredulità, stupori, benevola invidia. Tutto questo materiale di affabulazione, può essere da un orecchio attento e con una pronta vocazione, essere trasformato in opera letteraria. Cosa che faceva Piero Chiara, traendo spunto dalle serate trascorse coi suoi amici e conoscenti al Bar Clerici di Luino sul Lago Maggiore.

Frutti letterari, che ai giorni nostri, minacciati dagli effetti nefasti della pandemia del Coronavirus, non avrebbero potuto avere luogo. Il morbo infatti, oltre gli effetti drammatici e luttuosi noti, ha spezzato qualsiasi cornice di socialità possibile. I luoghi di ritrovo e, d’ispirazione, dallo scrittore oggi sarebbero desolatamente e giustamente vuoti. Sulle riva lombarda del Lago Maggiore, a Luino, il 23 marzo del 1913 nacque Piero Chiara. Figlio unico, frutto dell’unione tra Eugenio Chiara doganiere e Virginia Maffei. Condusse una adolescenza e prima giovinezza che un tempo sarebbe stata definita da “discolo”. La sua carriera scolastica, praticamente fin dalle elementari, fu fallimentare tanto da riuscire in un “impresa” non molto comune, quella di riuscire a farsi bocciare in terza elementare. Questo risultato, era maturato alla luce dei suoi reiterati comportamenti irrequieti e indisciplinati. Il tutto, molto sovente sfociava in occasioni per marinare la scuola. Bighellonava a piacimento. Senza remore. Chiara, amava la libertà, e amava fare di testa sua. Dopo altri fallimenti scolastici, bocciatura in secondo ginnasio, riuscì in qualche modo a ottenere la cosiddetta “licenza complementare”. L’elemento sorprendente, è rappresentato dal fatto, che a fronte di una manifesta mancanza d’ interesse per l’istituzione scolastiche e le sue regole, il futuro scrittore, coltivava letture di livello. Specialmente letteratura francese. Spaziando da Baudelaire, Verlaine, Rimbaud fino ai grandi autori della letteratura russa del 1800. Nella cornice di questa vita quantomeno “asimmetrica”, si cimentò in vari lavori precari, quale quello di apprendista in uno studio fotografico. Visse a Nizza, Parigi. Tornato in Italia alla visita militare nel 1931 a causa della forte miopia, fu ritenuto non idoneo. Fino all’Ottobre del 1932, quando vinse un concorso come aiutante di Cancelleria di Tribunale, condusse a Milano una vita scapestrata tra Caffè, Sale da biliardo e tavoli per il gioco delle carte. Atmosfere che ritroveremo in molti dei suoi lavori. “Il piatto piange” ad esempio. L’autore di Luino arrivò tardi alla “scrittura”. Esordì con la plaquette poetica “Incantavi” nel 1945. Nel mentre, iniziava a ricevere molteplici offerte di collaborazioni giornalistiche, non abbandonò la sua passione per la poesia. Sentimento che confermò nel 1954, quando con il poeta Luciano Erba e con il contributo prezioso del critico e filosofo Luciano Anceschi, allestì l’antologia poetica “Quarta generazione”. Come abbiamo accennato Chiara arrivò a scrivere testi letterari tardi. Poco dopo essere andato in pensione. Tutto avvenne in una cena a Milano verso la fine degli anni cinquanta. In quell’occasione era presente fra gli altri commensali il poeta Vittorio Sereni, amico e compaesano di quel vecchio “discolo”. Chiara teneva banco con la sua proverbiale capacità. Concentrava l’attenzione, narrando storie di passioni, tradimenti, giochi d’azzardo. Sereni, affascinato dal racconto, esortò l’amico a dare una cornice solida a tutta quella avvincente storia. Erano state gettate le basi per “Il piatto piange”.

Il suo primo libro di successo che come altri suoi romanzi avranno anche delle felici trasposizioni cinematografiche. Ricordiamo ad esempio “La spartizione” che con interpretazione magistrale di Ugo Tognazzi nella versione cinematografica fu intitolato “Venga a prendere il caffè da noi”, “Il cappotto di Astrakan” con protagonista Jonni Dorelli , e il film “La stanza del Vescovo” tratto dall’omonimo romanzo dell’autore di Luino, con Ugo Tognazzi e Ornella Muti. Incremento di notorietà al grande pubblico di Chiara, dovuto   senz’altro alla trasposizione alla versione cinematografica dei suoi romanzi . Anche se lui non manifestò mai un particolare innamoramento per la Decima Musa. Chiara aveva indubbiamente un talento eclettico. Vogliamo ricordare che viene considerato uno dei maggiori esperti di Giacomo Casanova e che fece una biografia di Gabriele D’Annunzio che fu premiata da un successo editoriale rilevantissimo.

La sua poetica principale, comunque,, era quella del quotidiano, delle cose minute della vita di provincia. Un piccolo universo del quale scandagliava vizi e virtù. Dalle sue pagine sempre traspariva l’amore per i suoi luoghi. Il lago innanzitutto e tutto quello spaccato umano tipico di una zona di confine. Questo affetto lo troviamo confermato in una sua frase immortalata nel “suo” Caffè Clerici: “In Luino vi è qualcosa d’inesprimibile e spirituale che non può andare vestito di parole. E’ qualcosa di più della tinta locale”. Atmosfera affascinante e misteriosa, quella descritta, dove le acque del lago sono ferme. Ma anche profonde.

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