Russiagate, il Senato Usa vuole ascoltare l’ex-legale Fbi dell’ambasciata di Roma, Kieran Ramsey

lunedì 17 febbraio 19:09 - di Redazione
RUSSIAGATE - TRUMP - MELANIA

Il Russiagate sta per arricchirsi di nuove testimonianze. E, fra queste, dovrebbe esserci anche quella Kieran Ramsey. Che, all’epoca delle elezioni presidenziali del 2016, era l’attaché legale dell’Fbi presso l’ambasciata Usa di Roma.

Si aggiungono, dunque, nuovi capitoli alle presunte ramificazioni italiane dell’indagine Trump-Russia, il cosiddetto Russiagate. L’intrico spy internazionale sui presunti legami – finora mai dimostrati – fra la campagna elettorale di Donald Trump e Mosca. Che, secondo i democratici, sarebbero serviti a danneggiare la candidata democratica Hillary Clinton.

Altri funzionari chiamati a testimoniare sul Russiagate

E’ stato il presidente della Commissione Giustizia del Senato Usa, il repubblicano Lindsay Graham, ad inviare all’Attorney General William Barr una lista di nomi. Sono quelli di funzionari del Dipartimento di Giustizia e dell’Fbi collegati a quell’indagine. E da convocare in audizione.

Tra loro compare, appunto, anche il nome di Kieran Ramsey. Che è stato attaché legal dell’Fbi presso l’ambasciata statunitense Roma all’epoca delle  presidenziali del 2016.

In una lettera inviata a Barr, Graham spiega che la sua Commissione sta indagando su questioni relative alla gestione, da parte del Dipartimento di Giustizia e dell’Fbi, del Russiagate.

L’indagine interna sul Dipartimento e sull’Fbi

In particolare, il mandato Fisa, Foreign Intelligence Surveillance Act, ottenuto dall’Fbi per intercettare l’allora consulente della campagna di Trump, Carter Page.

L’operato del Dipartimento di Giustizia e dell’Fbi è stato oggetto di un’indagine interna da parte dell’Ispettore generale del dipartimento, Michael Horowitz.

Nel suo Rapporto, diffuso a dicembre, Horowitz ha indicato che l’Fbi disponeva di elementi sufficienti per lanciare un’indagine contro la campagna di Trump. Campagna che era sospettata di possibili legami con la Russia. E che non vi fu pregiudizio politico nei confronti dell’allora candidato repubblicano.

Errori e negligenze dell’Fbi sul Russiagate

Ma Horowitz ha anche rilevato numerosi errori e negligenze da parte dell’Fbi per ottenere le autorizzazioni necessarie per intercettare esponenti della campagna. Tutto questo per dimostrare presunte e, finora indimostrate, collusioni con i russi.

Come è noto, l’inchiesta del procuratore speciale Robert Mueller, che accorpò l’indagine dell’Fbi, non ha dimostrato alcune legame tra Trump e Mosca per danneggiare la Clinton.

Dopo la conclusione dell’inchiesta Mueller, l’Attorney General Barr ha affidato al procuratore del Connecticut John Durham, di riconosciuta fama bipartisan, un’inchiesta. Che da qualche mese divenuta penale. E che riguarda l’origine stessa dell’inchiesta Russiagate.

Il sospetto di un complotto anti Trump

Il sospetto di Barr e dei repubblicani è che vi fu un complotto messo in atto da Fbi e Cia. Che, allora, erano guidate da persone nominate dall’Amministrazione Obama, con la collaborazione di Servizi di intelligence alleati. Per incastrare Trump.

E’ nell’ambito di questa indagine che Barr e Durham lo scorso anno sono stati due volte a Roma. Per incontrare i vertici dell’intelligence italiana.
I quali, però,  hanno però ripetutamente negato qualsiasi ruolo nella vicenda.

In particolare, Barr e Durham erano interessati al ruolo del professore maltese Joseph Mifsud, collaboratore della Link Campus University di Roma.

Sarebbe stato proprio Mifsud, secondo le conclusioni dell’inchiesta Mueller, ad offrire, nella primavera del 2016, all’allora consulente della campagna di Trump, George Papadopoulos, materiale “sporco” su Hillary Clinton. Sotto forma di migliaia di email compromettenti hackerate dai servizi russi.

Fu quella, in sostanza, quella la “scintilla” che fece scattare l’indagine dell’Fbi.

Secondo l’indagine Mueller, Mifsud era un asset dell’intelligence russa.
Secondo la contro narrativa repubblicana, il professore maltese, misteriosamente scomparso da oltre due anni, era in realtà un “agente provocatore”. Manovrato da Fbi, Cia e servizi alleati. Per infiltrare la campagna di Trump . E creare un caso per un eventuale impeachment.

Tra i nomi chiamati da Graham a testimoniare davanti al Senato, oltre a quello di Ramsey, ne compaiono altri ormai familiari per chi ha seguito con attenzione la vicenda.

E’ il caso di Bruce Ohr, funzionario del Dipartimento di Giustizia dell’epoca, la cui moglie, Nellie Ohr, lavorava per l’azienda privata Fusion Gps. Cioè la fonte del cosiddetto “dossier Steele“.
Si tratta del dossier anti Trump. Che in pratica venne commissionato dalla campagna di Hillary Clinton. Costruito con informazioni non verificate e in alcuni casi false. Fu inizialmente usato dall’Fbi nell’indagine Trump-Russia.

L’autore del dossier, l’ex-agente segreto britannico Christopher Steele, secondo alcuni passaggi del Rapporto dell’ispettore generale del dipartimento di Giustizia Horowitz, nell’ottobre del 2016, un mese prima delle elezioni presidenziali, incontrò, a Roma, alcuni funzionari dell’Fbi.

In quell’occasione, i funzionari del Bureau avrebbero consegnato all’autore del dossier anti Trump commissionato dai democratici, una serie di informazioni riservate.
Le nuove testimonianze sul Russiagate potrebbero aprire nuovi squarci. Ma anche complicare ulteriormente lo scenario.

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