Non solo le Ong. Anche l’Algeria vuole comandare sul “nostro” Mediterraneo. Ma Di Maio ha altro da fare

venerdì 7 febbraio 17:52 - di Andrea Migliavacca
mediterraneo

Sul tema della sovranità nel Mediterraneo riceviamo da Andrea Migliavacca e volentieri pubblichiamo:

Nel lontano 1982, a Montego Bay (Giamaica), 155 Stati, sottoscrivevano “La convenzione delle Nazioni unite sui diritti del mare”. Si tratta di un accordo di rilevanza mondiale spesso disatteso, soprattutto in danno dell’Italia. In esso si leggono le regole sulla delimitazione del mare territoriale (le note 12 miglia marittime), sul diritto di passaggio e sul suo sfruttamento. Vengono espresse anche le eccezioni, in virtù delle quali, lo Stato costiero può esercitare la propria giurisdizione (civile e penale) sulle imbarcazioni straniere in transito. C’è poi l’importante definizione della cosiddetta “zona contigua” (art. 33), ove lo Stato costiero può esercitare il proprio controllo (24 miglia), per prevenire illeciti di varia natura e far rispettare le proprie leggi. La parte quinta della convenzione definisce la “zona economica esclusiva”, o Zee (entro le 200 miglia). Nozioni condivise dagli Stati firmatari, ma spesso dimenticate, attesa la loro costante violazione.

Tra “esigenza umanitaria” e controllo delle frontiere

La riva nord del Mediterraneo (con ciò intendendosi l’Italia) è, spesso, la meta finale di molti migranti, in cerca di nuove opportunità. I giuristi si interrogano su quale sia la soluzione più opportuna per conciliare l’esigenza umanitaria (da considerare sempre preminente), con quella di controllo delle frontiere e del territorio, prevenendo e, contemporaneamente, reprimendo situazioni illecite come la tratta degli esseri umani. L’autorevole pensiero di alcuni illustri pensatori è giunto a formulare un principio (spesso non condiviso), secondo il quale il “diritto” di ogni essere umano a “migrare”, non trova un omologo “dovere” di accogliere.

Le operazioni nel Mediterraneo, da “Mare nostrum” a “Themis”

Il modello seguito nell’operazione “Mare nostrum” – sopportata quasi esclusivamente dall’Italia, sia in termini di uomini che di mezzi e quindi di risorse economiche – sicuramente ha rispettato le norme internazionali, e il principio poc’anzi espresso. È, tuttavia, stato abbandonato, sia per i costi, sia per le reazioni di alcuni Paesi costieri, che lo hanno ritenuto un incentivo all’immigrazione. È arrivata quindi la più contenuta operazione “Triton”, che confermava, comunque, la centralità dell’Italia nelle operazioni di salvataggio dei “naufraghi” e del contestuale controllo delle coste. In ultimo è partita l’operazione “Themis”, differenziandosi dalla precedente per l’area geografica interessata dalla migrazione (tra cui anche l’Algeria).

I rischi per la stabilità politica italiana

Una sintesi grossolana di quanto sinora accaduto – con l’Unione europea, sullo sfondo, a fare da spettatrice – nella quale spiccano almeno due episodi, preoccupanti per la stabilità politica (e non solo) italiana: la vicenda Gregoretti (e con essa quelle irrisolte delle Ong) e il colpo di mano dell’Algeria sul mare territoriale italiano (a sud della Sardegna). Il Decreto 20/03/2018 del Presidente della Repubblica algerina ha di fatto esteso unilateralmente la propria Zee, per una cospicua porzione di mare, a discapito dell’Italia. E, in parte, anche della silente Spagna.

Sul Mediterraneo Di Maio rassicura, ma non si presenta

Alla seduta della Camera dei deputati, lo scorso 5 febbraio, il ministro per i rapporti con il Parlamento ha riportato le rassicurazioni del ministro degli Esteri, assente per ragioni istituzionali. L’Algeria sarebbe pronta (ma la timida reazione italiana risale ad ottobre di due anni fa) a rivedere la propria posizione. L’Italia – che ha proposto l’istituzione di una commissione congiunta volta a raggiungere un “accordo di delimitazione” – attende di confrontarsi sulle carte nautiche. Frattanto anche quella rotta potrà essere più agevolmente percorsa, anche da chi sfrutta la migrazione.

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