Strage di Bologna, Cavallini condannato all’ergastolo: non accetto di pagare per cose che non ho fatto

giovedì 9 gennaio 16:39 - di Redazione
STRAGE DI BOLOGNA - GILBERTO CAVALLINI

Gilberto Cavallini, l’ex-Nar imputato in Corte d’Assise per concorso nella strage di Bologna, è stato condannato all’ergastolo. La sentenza, alla lettura della quale Cavallini non ha potuto assistere poiché è detenuto in semilibertà e il permesso orario concesso dai magistrati era limitato, è arrivata alle 16, come preannunciato.

Cavallini ha dovuto riprendere il treno da Bologna che lo ha riportato in carcere a Terni alle 15,50. Per tutta la mattinata e parte del pomeriggio aveva atteso che i giudici del Tribunale di Bologna, riuniti in camera di Consiglio, uscissero. per pronunciare il verdetto.

Strage di Bologna, l’avvocato di Cavallini: «non finisce qua, faremo appello»

«Lo sapevamo benissimo che sarebbe andata così – dice il legale di Gilberto Cavallini, Alessandro Pellegrini – Non ci sono conseguenze pratiche, non andrà in carcere. Sappiamo in che condizioni è stato fatto questo processo. Hanno messo la quarta faccia nella foto di gruppo. E questo  dopo che gli elementi accusatori sono stati considerati evanescenti da 65 giudici. E’ ovvio che andiamo in appello. La cosa non finisce qui», avverte l’avvocato Pellegrini preannunciando battaglia.

Cavallini aveva ribadito, nuovamente, in mattinata, di essere estraneo ai fatti contestati. E aveva, comunque atteso, fino a quando ha potuto, che la Camera di Consiglio del Tribunale di Bologna, riunita ormai da oltre quattro ore, emettesse la sentenza nei suoi confronti.

Per l’ex-Nar, sessantasette anni, condannato a diversi ergastoli, la Procura di Bologna aveva  chiesto l’ergastolo per la strage di Bologna. Strage per la quale sono stati condannati in via definitiva Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini.

Cavallini: faccio vita sociale ritirata, casa-carcere, carcere-casa

Cavallini era arrivato ieri sera a Bologna. Ha dormito nel bed and breakfast di Massimiliano Mazzanti, suo amico che gli è stato molto vicino in questi anni.
Ieri sera ha cenato con sua sorella e Mazzanti che ha cucinato tagliatelle al ragù e arrosto.
L’ex-Nar lavora quotidianamente per una cooperativa. Ma, aveva spiegato a margine del processo: «non ho quasi più una vita sociale. E’ molto ritirata e semplice: casa-carcere e carcere-casa. Pochissime frequentazioni amicali e nessuna relazione affettiva».

«Tutto quello che è successo attorno al processo mi ha portato alla ribalta in una maniera che non è riparabile – aggiunge -. La gente rimane sconcertata quando sente che sei imputato per la strage di Bologna. O che potresti essere uno dei killer che ha ammazzato il fratello del presidente della Repubblica».

L’ex-Nar: in questa città non siamo noi che dobbiamo abbassare gli occhi

L’imputato per la strage di Bologna ha «rapporti sporadici» col figlio. Che «non si occupa in nessun modo di politica».

Quanto alla vicenda specifica della strage di Bologna: «non accetto di pagare per cose non fatte». Ricordando che i Nar hanno «sempre rivendicato le azioni» che hanno fatto. Il resto, dice, «è mistificazione della storia».
«Se credete» alla storia dei «ragazzini utilizzati come esecutori», non è «un buon servizio alla verità».
Se fosse stato condannato, aveva detto, avrebbe accettato «ciò che viene offrendo al sofferenza a Dio». Ma, aveva anche aggiunto, «in questa città non siamo noi che dobbiamo abbassare gli occhi».
Se avesse detto il nome di chi incontrò a Treviso il giorno della strage di Bologna, avrebbe avuto un alibi. Ma, aveva chiarito, «non voglio coinvolgere un amico che potrebbe fornirmi l’alibi».

Quanto ai delitti compiuti in passato Cavallini poco prima della lettura della sentenza, era stato esplicito: «l’omicidio Amato è quello che pesa più sulla mia coscienza».

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

  • Mauro Collavini 10 gennaio 2020

    Mi sembra che al Cavallini siano stati imputati,ingiustamente, tutti o quasi i reati compiuti dall’estrema destra negli anni 70; E ritego che i giudici gli abbiano appioppato tutto o quasi sempre nei casi in cui il colpevole non è chiaro. Sappiamo bene tutti che dietro le stragi c’erano i servizi segreti e fù molto comodo a certa parte politica utilizzare le stragi per avere un ritorno di voti. A questa come ad altre sentenze io e molti italiani non credono.

  • maurizio pinna 9 gennaio 2020

    Non sono mai stato coinvolto giuridicamente nella famosa strage, anche perché allora usavo moltissimo il treno e tante, troppe volte, avevo passato molte ore in stazioni di tutta Italia, per cui , con scaramanzia, evitavo di pensarci. E mi era anche sfuggito che la macchina della giustizia dopo 40 anni fosse ancora in moto, mentre ero e sono perfettamente convinto che , di massima, se non sei di sinistra e resti impigliato nella tela del ragno, a qualsiasi titolo, devi aspettarti che comunque arriverà qualcuno che affermerà che non puoi non essere colpevole. Oggi come 70 anni fa. Si chiamava Adriano Visconti di Lampugnano, asso prima della Regia Aeronautica poi dell’Aeronautica Nazionale Repubblicana , accreditato di dieci vittorie aeree ed una sua fotografia con la dicitura di asso della caccia italiana, è sistemata nel museo di Ellis Island (NY) Usa.
    Il 29 aprile 1945, a Gallarate, il maggiore Adriano Visconti di Lampugnano firmò la resa del suo reparto, il 1º Gruppo caccia “Asso di Bastoni”. L’atto venne controfirmato dai rappresentanti della Regia Aeronautica, del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI), del Comitato di Liberazione Nazionale (CNL) e da 4 capi partigiani.
    L’accordo garantiva la libertà ai sottufficiali ed agli avieri del Gruppo, e l’incolumità personale di tutti gli ufficiali.
    Immediatamente dopo la firma, mentre si stavano dirigendo verso l’ uscita furono udite due raffiche improvvise. Secondo il colonnello von Ysemburg, ufficiale di collegamento della Luftwaffe al Ministero dell’Aeronautica Repubblicana, allora presente, Visconti , fu colpito alle spalle da raffiche di mitra e finito con due colpi di pistola alla nuca. Moriva così assassinato senza uno straccio di processo colui che al National Air and Space Museum di Washington viene celebrato come il più grande asso italiano della seconda guerra mondiale. Il giorno della sua morte, Visconti aveva 29 anni.
    Chissà se, anche lui, avrà avuto il tempo di pensare che non era giusto morire per cose che non aveva fatto.

  • In evidenza