PIAZZA FONTANA OLTRE LA RICORRENZA-4. L’Italia è il paese del golpe permanente

mercoledì 8 gennaio 12:25 - di Aldo Di Lello

Concludiamo oggi il nostro breve viaggio nei misteri italiani legati alla strage di piazza Fontana. Abbiamo già notato nelle puntate precedenti che la strategia della tensione non si spiega ricorrendo soltanto a logiche politiche interne. Devono essere considerati anche pesanti interessi stranieri per la destabilizzazione dell’Italia. Una destabilizzazione volta alla “normalizzazione”. E ciò accade sia lungo l’asse Est-Ovest (quello della guerra fredda) sia lungo quello Nord-Sud (l’asse delle rotte energetiche mediterranee). Non per niente abbiamo indicato nell’attentato a Enrico Mattei nel 1962 l’inizio della strategia delle tensione.

“Normalizzazione” contro “normalità”. “Normalità”vuol dire un Paese moderno, prospero, democratico. E, soprattutto, sovrano. Al netto, certo, delle alleanze politiche e militari rese necessarie dalla guerra fredda. Anche se l’Italia è uscita sconfitta dalla Seconda guerra mondiale, una parte delle classi dirigenti nazionali (politiche e imprenditoriali) non rinuncia a conquistare spazi crescenti di autonomia. All’Italia serve in particolare la sovranità energetica per il decollo industriale. Enrico Mattei è la figura simbolo di questa aspirazione. Ma è bene anche ricordare gli uomini politici che gli furono più vicini, in particolare Gronchi e Fanfani. Né va dimenticato il fatto che, per molti versi, la politica di Mattei (cioè la vera “politica estera” italiana) fu continuata da Aldo Moro. E non è certo senza significato la circostanza che, sia Moro sia Mattei, furono assassinati.

Churchill 1945: «All’Italia mancherà una totale libertà politica»

Il fatto è che c’era chi, fin dal 1945, aveva pensato di riservarci un futuro da semicolonia. Quella italiana, non doveva diventare una democrazia “normale”, ma una democrazia “sotto tutela”. Esiste in tal senso una testimonianza di eccezionale significato. Ed è strano, davvero strano, che questo documento (la cui attendibilità è fuori discussione) sia stato finora pochissimo citato da storici e polemisti vari. Ma, evidentemente, il suo contenuto risulta ancora troppo scomodo per l’ideologia ufficiale. L’ideologia della rimozione della sconfitta militare e l’ideologia della glorificazione resistenziale.

Si tratta di alcuni brani tratti da una lettera che l’allora delegato apostolico a Londra, monsignor William Godfrey, scrisse a una sua amica di famiglia, che era moglie di un esponente del partito conservatore britannico. La missiva è datata 7 novembre  1945. Il prelato vi riferì il contenuto di un colloquio riservato avuto con Winston Churchill qualche giorno prima: «… Churchill ha risposto che l’Italia godrà di eccellenti condizioni di pace e che le sarà fornita una concreta assistenza per la ricostruzione».  Ma poche righe dopo monsignor Godfrey annota: «Una totale libertà politica è l’unica cosa che mancherà all’Italia. La Santa Sede dissentirà in parte da questa avvilente valutazione psicologica, che determinerà uno stato di discordia permanente e che provocherà la debolezza dei futuri governi italiani. Tuttavia, Churchill ha affermato che tale mossa è necessaria. Il fascismo e la sconfitta bellica, infatti, hanno causato una rovina tale da rendere impossibile che il popolo italiano goda della tranquillità necessaria alla ricostruzione morale e materiale del Paese utilizzando un’affidabile prassi democratica. Ci vorranno molti anni per raggiungere tale obiettivo».

Questa lettera è segreta, si legge nel libro di Mario José Cereghino e Giovanni Fasanella nel libro Il golpe inglese (Chiarelettere 2014). «Ma, classificandola per i propri archivi, i servizi americani che la intercettano, scrivono: “Questo documento è consultabile esclusivamente da diplomatici statunitensi”. Ed è proprio negli archivi di College Park, negli Stati Uniti che sarà ritrovata molti decenni più tardi».

Nel ’45 si gettano le basi dell’instabilità politica dell’Italia

Il ridimensionamento dell’Italia sembra stare particolarmente a cuore a Sua Maestà Britannica. Le parole di monsignor Godfrey trovano riscontro in numerose testimonianze risalenti ai mesi cruciali tra la fine della guerra e l’immediato dopoguerra. «Gli inglesi –scrive Mario Scelba a don Luigi Sturzo in una lettera datata 14 marzo 1945 – contano sulla presunta instabilità governativa per affermare la loro egemonia. (…) Ed è vero che si oppongono alla ripresa produttiva delle industrie».

Di fatto, la condizione italiana non si rivelerà poi così pesante nel periodo della ricostruzione e in quello immediatamente successivo. Ma ciò non fu dovuto a “ripensamenti” britannici, quanto all’intervento statunitense volto a mitigare la durezza antitaliana di Londra. Gli Usa non avevano interesse ad un’Italia troppo debole nello scacchiere mediterraneo. Né volevano assecondare le mire neoimperiali della Gran Bretagna.

Ciò non toglie comunque che in queste testimonianze del ’45 siano contenute le anticipazioni di quelli che si sarebbero manifestati come i grandi problemi della politica italiana della seconda metà del Novecento. A partire appunto dai “governi deboli” fino ad arrivare alle regie straniere dei fenomeni più inquietanti della vita repubblicana. È come se, nei passaggi cruciali della nostra storia recente, entrino in azione forze volte a dirottare la vita nazionale verso l’instabilità. E tutto ciò, non per il piacere malato di rovinare la vita di un Paese, ma per un puro calcolo di interessi geopolitici. Ritenendo sempre e comunque scomoda la crescita strategica di un’Italia, per quanto possibile, “autodiretta”.

Quest’ombra l’abbiamo già vista stagliarsi nella strage di piazza Fontana. Ma è possibile rintracciarla, quasi dieci anni dopo, anche per un altro passaggio drammatico della nostra storia: il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro.

16 marzo 1978: quella mattina in via Fani si parlò anche in tedesco

A dispetto della rivendicazione dei brigatisti di aver fatto tutto da soli, la tragica mattina del 16 marzo 1978 in via Fani reca anche il marchio della Rote Armee Fraktion tedesca, la famigerata Raf, che era poi un’emanazione della Stasi (il servizio segreto della Germania Est) con la missione di destabilizzare la Germania occidentale. E non solo.

Senza il supporto tedesco – ha osservato il giudice Rosario Priore– le Brigate Rosse non «sarebbero state in grado di portare a termine un’operazione politico-militare di quel livello». L’ «abilità militare» delle Br non sarebbe stata sufficiente. Basterà solo notare che una tempesta di colpi si abbatté sulle macchine su cui viaggiavano Moro e la scorta. Ma non un solo proiettile raggiunse il leader democristiano. E ci voleva un notevole abilità con le armi per raggiungere un simile risultato. Così ha dichiarato Bassam Abu Sharif, già dirigente dell’Olp e consigliere di Arafat, in un’audizione presso la Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro: «Io che ne capisco di queste cose, vi dico che anche l’umidità incide sulla traiettoria. E chi ha sparato in via Fani non sono certamente quegli straccioni delle Brigate Rosse» (Maria Antonietta Calabrò, Giuseppe Fioroni, Moro, il caso non è chiuso- La verità non detta, Lindau 2018). Da diverse, convergenti testimonianze risulta  che in mezzo al commando di via Fani c’era anche chi parlava tedesco. E vale la pena di aggiungere che la Stasi coordinava anche i contatti tra terroristi europei e terroristi palestinesi.

Moro, nei giorni del sequestro entrarono in azione gli agenti Nato

E l’ombra straniera sul caso Moro non è solo quella orientale in relazione al sequestro. È anche quella occidentale nella gestione dei 55 giorni della prigionia e di quello che sarebbe potuto derivarne. Secondo quanto riferito da Cossiga in un documento pubblicato da Panorama nel marzo del 2008, le autorità e gli apparati italiani furono di fatto esautorati. La gestione dell’intera vicenda –si legge ancora su Il golpe inglese– fu affidata, sul piano dell’intelligence a «unità speciali di Stay Behind (Gladio ndr), in quel periodo coordinata da un direttorio di cui facevano parte Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti e Germania». In una vicenda così delicata come il caso Moro, con tutte le implicazioni internazionali che comportava al «nostro Paese fu bruscamente ricordato il suo status di nazione sconfitta in guerra».

Al dunque, a chi rispondono, in ultima istanza i servizi segreti italiani? Alle istituzioni politiche nazionali o a centrali estere? Ne sapremo di più quando saranno desecretati tutti i documenti preparatori (e seguenti) il Trattato di Parigi del 1947. Quasi fossero gli “allegati occulti” dell’accordo internazionale che sancì la condizione di paese sconfitto dell’Italia.

Nella prima puntata di questa serie di articoli abbiamo osservato che le manovre di destabilizzazione dell’Italia avevano come scopo quello di agitare lo spettro del golpe al fine di condizionare e forzare gli equilibri politici interni. Un colpo di Stato vero e proprio non sarebbe stato in realtà possibile in Italia. Né sarebbe del resto servito a granché. Visto che comunque la democrazia era “sotto tutela” e che un controllo, discreto ma ferreo, era costantemente esercitato. In ogni caso, nei momenti decisivi, era utilizzata l’arma del terrorismo. Diciamo che l’Italia è stata a lungo un Paese che ha subito un golpe virtuale, ma permanente. Un “golpe” che naturalmente si manifesta in varie forme, a secondo delle  condizioni storiche.

La sensazione che nel nostro Paese (e attorno al nostro Paese) accadeva qualcosa di strano è però sempre arrivata all’opinione pubblica. Era l’idea che in Italia, più che altrove, fosse possibile in un modo o nell’altro alterare il gioco democratico e la vita istituzionale. Due o tre generazioni di italiani, dagli anni Settanta in poi (cioè nel decennio compreso, grosso modo, da piazza Fontana al caso Moro), sono  cresciute con la “cultura del sospetto” e con la sfiducia verso le istituzioni. Nel Paese della “Strage di Stato”, dei “servizi deviati”, del “doppio Stato” e di quant’altro di eversivo fosse immaginabile da parte di giornalisti, politici e politologi, poteva accadere di tutto e di più. Cosa che in effetti è accaduta, con tutto il corredo dei “misteri italiani” che vanno dalla P2, alla Banda della Magliana, alla trattativa “Stato Mafia”.

I “golpe invisibili” dell’Italia

Misteri ineffabili, indicibili e innominabili. Ma che sono tranquillamente riconducibili alla categoria dei “golpe invisibili” e a bassa intensità.

Il “golpe” dunque come sindrome italiana. Che si è manifestata anche oltre la fine della guerra fredda. Anzi che, proprio con la fine della contrapposizione Est-Ovest, ha conosciuto una nuova, rigogliosa stagione.

“Golpe”, tanto per chiarire, è stata definita anche l’operazione Mani Pulite, che nel giro di un biennio spazzò via l’intera classe dirigente della Prima repubblica.

Al di là del complottismo e del vittimismo, è certo comunque che, anche in quell’occasione, avvennero fatti anomali  in Italia. E, a denunciarlo, sono anche uomini della sinistra. Come ad esempio Giovanni Pellegrino, presidente della Commissione stragi dal 1996 al 2001. «La magistratura perseguì con determinazione un suo disegno strategico». Quale? « Colpire la politica». «Nella loro visione, sarebbe stato sufficiente un governo tecnocratico, che avrebbe arbitrato i giochi evitando che i politici si intromettessero». Se non è “golpe” questo…

Paranoia per alcuni, lucido disegno per altri. Fatto sta che spunta sempre qualcuno in Italia, appoggiato oltre frontiera, che pensa di perseguire i suoi disegni barando al gioco. Democratico.

All’origine di questo male c’è la condizione di Paese sconfitto dell’Italia. Una condizione che non è mai stata raccontata agli italiani per quello che realmente ha significato.

Non può dirsi realmente libero un popolo che non conosce fino in fondo la verità sulla propria storia.

Demistificare l’inganno storico: il sovranismo, se vuole essere una cosa seria, deve partire anche e soprattutto da qui.

P.S.

Il panfilo su cui, nell’estate del 1992, banchieri, manager, imprenditori italiani ed europei immaginarono il saccheggio delle imprese di Stato italiane si chiamava “Britannia”. E apparteneva alla corona inglese. Guardacaso…

(4-Fine)

 

 

Commenti

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  • Nazzareno Mollicone 9 gennaio 2020

    Bravo Di Lello, ottima ricostruzione storica!

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