È morto l’ultimo dei filosofi italiani: addio a Emanuele Severino

martedì 21 gennaio 18:13 - di Aldo Di Lello

Emanuele Severino è morto. Era nato a Brescia 90 anni fa. Severino era l’ultimo dei filosofi italiani. Non perché fosse l’ultimo a fregiarsi di tale titolo. Ma nel senso che Severino aveva ancora la voglia di filosofare. Di indagare intorno al mistero dell’essere. Di pensare il destino dell’uomo con il solo strumento della ragione. Di fare insomma filosofia. Né filosofia del linguaggio. Né filosofia della scienza.  Né filosofia della vita quotidiana. Né storia della filosofia. Severino non si accontentava di elaborare eleganti calembour nella riserva indiana cui era ridotta la filosofia. Stretta dall’astrofisica e dalla fisica teorica, da una parte. E dall’analfabetismo digitale, dall’altro.

«La grande follia dell’Occidente è pensare che le cose escano dal nulla e rientrino nel nulla». È una frase ricorrente negli scritti e nei discorsi di Severino. Con questa frase il grande maestro bresciano del pensiero intendeva definire l’assurdità ontologica del nichilismo (L’essenza del nichilismo, 1972). Severino rilanciò la filosofia dell’essere, la filosofia di Parmenide. È pensabile solo l’essere non il nulla. I suoi riferimenti moderni erano Nietzche e Heidegger. Come il filosofo di Messkirch condivideva la preoccupazione per l’egemonia dell’apparato tecnico-scientifico. Ma Severino invitava a vedere tale circostanza con serenità. A prendere la cosa con filosofia. Appunto. In libri come Téchne e La tendenza fondamentale del nostro tempo ha scritto pagine di grande profondità Qualcuno, un po’ per celia, lo definiva l'”Heidegger di  Brescia”. Lui ci rideva su. E iscriveva nel club dei filosofi anche Giacomo Leopardi.

Severino non era quindi un gentiliano.  Però di Gentile e del pensiero neoidealista italiano aveva il massimo rispetto. Accettò di buon grado di rilasciarmi un’intervista sul filosofo dell’attualismo per un volume di interviste che curai proprio nel tempo della riscoperta  gentiliana. Il Secolo d’Italia, anche in anni molto diversi da quelli attuali (quando la conventio ad excludendum della destra era ancora forte) lo intervistava spesso. E lui accettava sempre con cortesia e disponibilità. Severino era un pensatore realmente libero dalle gabbie dell’appartenenza politica. Stava realmente su un altro pianeta. Molto distante da quello dei filosofi “interventisti” del nostro tempo. Dei dispensatori, a buon mercato, di pillole di saggezza politicamente corretta. Non amava nemmeno andare in televisione.

Di Severino ci resta una produzione di libri, articoli, saggi  pressoché sterminata. E un grande patrimonio di saggezza. Era l’ultimo dei filosofi italiani. Tutto il resto è onesta (più o meno) tecnica del linguaggio.

 

 

Commenti

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  • federico 22 gennaio 2020

    L’Italia ha sempre avuto una grande tradizione nel campo della filosofia, ma dopo il ’68 la Facoltà di Lettere e Filosofia è diventata una fabbrica di disoccupati, di precari, peggio ancora di persone che grazie alla militanza politica, alla rete di amicizie hanno assunto posizioni di responsabilità, o di grande responsabilità, in campi in cui non avevano alcuna preparazione: economia, banche, industria. Fino a diventare qualcuno supermanager di multinazionali, e prendere decisioni strategiche e progettuali di alta ingegneria. Coi risultati che vediamo.

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