Scarantino, dalle intercettazioni emerge tutta un’altra storia. Ecco cosa dice il falso pentito

giovedì 5 dicembre 19:01 - di Roberto Frulli
Scarantino, falso pentito, ha depistato le indagini sulla strage di via D'Amelio in cui morì Paolo Borsellino

Fiumi di parole e confessioni intercettate: eccolo parlare a ruota libera Vincenzo Scarantino, il falso pentito, anzi, no, il collaboratore di giustizia, non pentito – come si definisce puntigliosamente lui – che ha depistato le indagini sulla strage di via D’Amelio, a Palermo, in cui morirono Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta.

L’Adnkronos svela ora il contenuto delle famose bobine con le trascrizioni delle intercettazioni del falso pentito Vincenzo Scarantino.

I documenti, dvd e trascrizioni, sono stati depositati nei giorni scorsi dalla Procura di Caltanissetta al dibattimento sul depistaggio sulla strage di via D’Amelio. Un processo che vede alla sbarra tre poliziotti: Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei.
Tutti e tre sono accusati di calunnia in concorso aggravata dall’avere favorito Cosa nostra.

Per la prima volta emerge il contenuto integrale delle trascrizioni.
Una bomba sulla magistratura palermitana. E su spezzoni della polizia.

«A me non hanno fatto nessuna pressione», giura Scarantino ai suoi parenti dopo la decisione di collaborare con i magistrati.

«Ho collaborato per il terrorismo psicologico subìto in carcere»

Le registrazioni dei colloquio con i cognati sono finite, ora, nel processo sul depistaggio sulla strage di via D’Amelio in corso a Caltanissetta.

Lo scorso giugno, interrogato dalla difesa dei tre poliziotti sotto processo, in aula Scarantino aveva dato tutt’altra versione.
«Io ero un collaboratore non un pentito. Il pentito si pente delle cose – spiegava Scarantino – Loro attraverso me volevano che nascessero altri pentiti. Per me è stato insopportabile soggiacere a queste torture. Mi convinsi a collaborare con gli inquirenti a causa del terrorismo psicologico che subivo in carcere a Pianosa».

«Tutto il terrorismo che mi hanno fatto, non solo mentale ma anche fisico. E’ stato un cumulo di tante cose», aggiungeva Scarantino spiegando così perché il 24 giugno del 1994 decise di collaborare con la magistratura.

Negli anni successivi il falso testimone, poi condannato per calunnia, ha ritrattato diverse volte le sue accuse.
Proprio a causa delle sue accuse, la magistratura condannò diversi imputati al processo per la strage di via D’Amelio.
Persone che, poi, finirono scagionate dopo la collaborazione di Gaspare Spatuzza. Che ha ricostruito la fase operativa della strage.

Leggendo le trascrizioni delle sue conversazioni con i parenti, Scarantino diceva altro.

«Angelo Basile, fratello della moglie – scrivono i carabinieri nelle trascrizioni – come la madre, esterna dubbi in merito alla scelta di collaborare presa dal cognato il quale, a suo parere, avrebbe ricevuto pressioni in merito. Scarantino invece nega dicendo che la sua scelta non è stata dettata né dalla detenzione di Pianosa né da eventuali pressioni».

Il quadro che esce dalle trascrizioni fa a pezzi la magistratura e anche chi gestiva materialmente il falso pentito. Fra buchi

«Iniziamo un lavoro importantissimo che è quello della sua preparazione alla deposizione al dibattimento… mi sono spiegato Vincenzo… se sente pronto lei…», dice il pm Carmelo Petralia rivolto a Scarantino. Siamo nel 1994. E Scarantino aveva iniziato da poco tempo a collaborare con la giustizia.
Aveva già accusato diverse persone per la strage di via D’Amelio.

Petralia oggi è indagato per concorso in calunnia aggravata insieme con l’altro pm, Annamaria Palma, che coordinò l’indagine dopo la strage.

«Sicuramente ci sarà anche il dottor Tinebra – dice Petralia a Scarantino riferendosi all’allora procuratore di Caltanissetta – quindi tutto lo staff delle persone che lei conosce. E lei potrà parlare con Tinebra, con La Barbera di tutti i suoi problemi, così li affrontiamo in modo completo».

Poco prima Petralia dice a Scarantino, come si legge nelle trascrizioni delle bobine depositate al processo per depistaggio sulla strage Borsellino: «Ci dobbiamo tenere molto forti perché siamo alla vigilia della deposizione».

Che ci sia qualche cortocircuito che avrebbe dovuto far suonare il campanello d’allarme lo si capisce anche dalla preoccupazione che Scarantino esterna al pm Palma sul suo ruolo.

«Mi hanno detto che io sono un collaboratore della polizia non della magistratura», dice il falso pentito della Guadagna rivolgendosi al pm Annamaria Palma. Ma il magistrato, che ha coordinato le prime indagini sulla strage di via D’Amelio, rassicura Scarantino: «No, no. Lei è un collaboratore con tanto di programma di protezione, già disposto dal ministero. Quindi, dalla Commissione speciale, per cui questo suo discorso è sbagliato».
Ma Scarantino ribatte: «non è che l’ho detto io, me lo hanno detto».

Scarantino alla pm: non voglio stare con queste 15 femmine

«Io non voglio stare … con questi di Palermo, dottoressa! Con chiunque, ma con quelli di Palermo no», si sfoga Scarantino parlando con la pm Annamaria Palma.

Nella conversazione, registrata e trascritta dal Ros dei carabinieri di Messina, Scarantino dice al magistrato: «Sono nervoso, ieri non glielo volevo dire. Mi sembra male… Ma io no voglio stare con questi di Palermo». E la pm replica: «Ma perché? Le creano problemi?». «No». «Ma non sono sempre gli stessi?», chiede il pm. «Sì, ma», replica Scarantino. «Sono sempre quelli che la conoscono…». E Scarantino: “Sono quindici femmine…e». Palma: «Sono sempre le donne, il problema delle donne». «Sì, dottoressa, però io…». Palma: «E lo dobbiamo risolvere, perché io tra l’altro non la posso più sentire fare questo discorso». E Scarantino: «Non me la sento più di…». «Le prometto, dottoressa che se io sto lontano da questa gente… L’altra volta ho avuto discorsi con il fatto del telefono, della luce…».

«Non ce la faccio più a Pianosa. O mi impicco, oppure inizio a collaborare con i magistrati», si lamentava Scarantino rivolto alla moglie Rosalia Basile, nel corso di un colloquio nel carcere di Pianosa.

Il falso pentito è stato in carcere a Pianosa dal settembre 1992, dal giorno del suo arresti, fino al 15 luglio 1994, tre settimane dopo avere iniziato a collaborare.

Parlando con la moglie, nel frattempo divenuta ex, Scarantino le chiede di «giurare sulla testa della bambina». Ma la frase è incomprensibile, come dicono i poliziotti che trascrivono le intercettazioni.

Scarantino fa riferimento «a una macchina dicendo che la vettura è quella e di lasciar perdere quello che dicono gli avvocati». Forse l’autobomba, la 126 imbottita di esplosivo. E aggiunge: «Racconto quattro balle», ma gli inquirenti specificano che «non si capisce il contesto». E, poi «chiede alla moglie di giurare nuovamente sulla vita della figlia che è presente».

Interrogato nei mesi scorsi al processo che vede alla sbarra i tre poliziotti, Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei, accusati di concorso in calunnia, aveva detto, Scarantino aveva detto: «A Pianosa era diventata una cosa insopportabile, non ce la facevo».
E raccontò: «Mi facevano spogliare nudo e… c’era quella paletta per controllare se c’è ferro o meno e mi davano dei colpi con quella nelle parti intime. Mi dicevano di guardare a terra. E mi davano schiaffi in bocca appena lo facevo, e calci con gli anfibi anche. Erano tutti in mimetica, sembrava di essere nel carcere di Fuga di mezzanotte.».

Le torture subite a Pianosa: veri e urina nella minestra

Poi i racconti sul cibo che gli veniva dato: «E tutte le zozzerie col mangiare, pisciavano nella minestra, mettevano le mosche nella pasta e anche i vermi, quelli che si usano per pescare. I primi giorni non me ne accorgevo perché mangiavo con la luce spenta in cella. Quando ho iniziato ad accendere la luce ho visto cosa mi mandavano. Così ho iniziato a non mangiare più. Quando mi hanno arrestato pesavo 110 chili, ma ho raggiunto i 57 kg».

Ma non solo.

C’erano quelle voci in giro, che si rincorrevano tra le guardie della prigione.

«Dicevano che avevo l’Aids – raccontava ancora Scarantino -. Io stavo in una cella in cui non c’era niente. Sono stato sei mesi con la stessa tuta. Avevo sempre le stesse mutande e le stesse calze. Non cambiavano mai le lenzuola. Oggi posso dire che tutto questo era per farmi terrorismo psicologico».

«Un giorno ho provato a far prendere un po’ di aria alle lenzuola e una guardia ha iniziato a gridare che mi stavo impiccando. Tante umiliazioni, quante cose schifose mi hanno fatto».
Eppure racconta di essersi sentito diverso a Pianosa, «forte, un leone, non me ne fregava niente».

Ora le intercettazioni depositate al processo Borsellino restituiscono un altro quadro dei colloqui con la moglie. «Vincenzo le dice – trascrivono gli investigatori – che ha parlato con i giudici in merito a degli omicidi. E fa dei nomi incomprensibili. Rosalia Basile riferisce che lui è veramente impazzito. E che ha sentito le notizie della televisione. Lui le chiede se vuole parlare con i poliziotti e con i magistrati ricevendo una risposta negativa».

In un altro colloquio tra moglie e marito, Rosalia Basile dice a Vincenzo Scarantino: «Perché ti rispettano? Perché vogliono il suo (loro ndr) scopo». E  Scarantino chiede «se vogliono il suo scopo cosa, Ro’…». La donna cerca di essere più chiara affermando: «vogliono raggiungere il loro scopo, vogliono sapere cose che tu.. non lo so.. boh». E Scarantino: «Cose che io non so?». La moglie ribatte affermativa: «Che tu non sai».

A quel punto Scarantino si alza. E abbraccia la moglie bisbigliandole all’orecchio e poi le dice a voce più alta: «I bambini cresceranno con tanta dignità, con tanta educazione».

Da lì a poco, Scarantino decise di collaborare con la giustizia. Infatti, salutando la moglie le dice: «Preparati tutto il necessario, sono stato chiaro? Verranno a prelevarti con i bambini, alle due o tre di notte, sarà presente anche una poliziotta bionda».

 

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