“Report” continua nel suo servizio di disinformazione pubblica

martedì 17 dicembre 19:10 - di Claudio Barbaro

Il servizio di Report , andato in onda ieri, è stato di dis-informazione pubblica. Ci sono 2 aspetti che ha volutamente omesso nel confezionare un reportage. Che ha descritto un sistema già regolamentato e normato come una zona franca a livello fiscale. Questa inchiesta non va nella direzione in cui dovrebbe andare il servizio pubblico. Ovvero informare in modo corretto e reale la collettività, quella che paga il canone, interpellando in modo onesto, trasparente e consapevole tutti gli attori coinvolti.

Primo: la realtà dei centri fitness di dimensioni ragguardevoli, costituiti come Associazioni Sportive Dilettantistiche, rappresenta solo una piccola parte di impianti che non nasce per frodare lo Stato, ma deriva dalle possibilità offerte da un sistema imperfetto che lo Stato stesso, con le sue leggi, ha costruito e su cui più volte abbiamo noi stessi sollevato dubbi. Peraltro, nel servizio di Report si omette di specificare come, oltre a questi grandi centri, esistano sui territori piccole realtà (la maggioranza) che si costituiscono in forma associativa per poter sopravvivere in situazioni molto competitive e per offrire un servizio sociale alla collettività. Grazie a loro un anziano può, infatti, fare attività a costi accessibili, restando incluso in un sistema sociale e di corretto stile di vita che non dovrebbe essere presentato né considerato come una frode, ma come un valore – sempre che non ci sia chi ancora oggi voglia negare il valore dello sport e i suoi benefici sociali e fisici, rilevati anche scientificamente.

Per lo stesso principio il servizio di Report omette di approfondire come sia stato il Coni  con una sua delibera – da più parti contestata – a stabilire che, ad esempio, il pilates non dovesse essere considerato sport, diversamente dal fitness, di fatto inducendo tutto il panorama degli Enti di Promozione Sportiva ad aiutare chi, in buona fede, si rivolge loro chiedendo un aiuto per non diventate soggetti di serie B del sistema sportivo. Ovvero facendo ciò per cui sono nati: supportando le realtà associative a fare cultura sportiva e a diffondere lo sport come sistema di benessere. Perché il servizio non è andato a indagare le ragioni di quella delibera e i criteri con cui è stata fatta?

In ultimo, ma non per ordine di importanza, ci rammarica constatare come il sistema dei media concentri la sua attenzione sul mondo della promozione sociale solo per indagare presunte irregolarità, ma non recepisca quasi mai la richiesta di attenzione rivoltagli per gettare luce su iniziative ed eventi dello sport di base, giacché assenti quei criteri di notiziabilità asserviti a logiche commerciali. Dispiace ancora di più constatarlo quando questa mancanza proviene da un mezzo pubblico. Ci aspetteremmo infatti che il sistema Rai, pagato dai contribuenti, nella missione pubblica di cui è investito si preoccupasse di indagare non solo i presunti casi in cui l’interesse pubblico potrebbe essere leso, ma anche di aiutare a far conoscere realtà che contribuiscono a creare socialità e welfare come la promozione sportiva.

Ci auguriamo che questa condotta sia oggetto di maggiore attenzione da parte della Commissione di vigilanza della Rai e ci muoveremo per sollecitarla.

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