Ecco dov’è finita la scrivania di Mussolini ministro degli Esteri, nascosta per 10 anni in un deposito

martedì 10 dicembre 18:51 - di Redazione
MUSSOLINI AVEVA LO STUDIO NELLA GALLERIA DETI A PALAZZO CHIGI

Per anni la scrivania di Benito Mussolini ministro degli Esteri è finita nel dimenticatoio. Impacchettata in un magazzino. Per poi rispuntare, a fasi alterne, sballottata da una parte e l’altra. Tant’è che in tanti si sono chiesti che fine abbia fatto quel tavolo immenso dopo tanti passaggi di mano e traslochi.

L’ultima volta, un anno fa, è stata avvistata a Largo Pietro di Brazzà, da sempre sede del ministero delle Telecomunicazioni poi del Mise. Da allora è rimasta lì, nella sala riunioni. Una stanza antistante quello che fu l’ufficio del sottosegretario leghista per il Sud del primo governo Conte, Pina Castiello.

Stiamo parlando della scrivania di Benito Mussolini a Palazzo Chigi, quando era ministro degli Esteri. Un cimelio storico. Ma anche un pezzo di antiquariato e non solo di arredamento. Protagonista della firma di vari trattati internazionali, quando il Duce aveva l’interim alla Farnesina. Dunque fra il 1929 e il 1943.

Forse meno conosciuta della scrivania che Mussolini-premier aveva a palazzo Veneziacinquecentesca e in legno di noce, con alle spalle il quadro di Balla che ritrae il Duce e i gerarchi in piazza del Popolo – questo scrittoio ha una sua storia. Ricca di particolari e retroscena inediti.

Originariamente si trovava nel grande Salone della Vittoria, al primo piano che ospita tutt’ora la presidenza del Consiglio, all’angolo tra via del Corso e piazza Colonna. Dove si affaccia il balcone a loggetta ribattezzato, dal vate Gabriele D’Annunzio, la “prua d’Italia”.

Davanzale diventato famoso, perché proprio qui Mussolini – correva il 4 novembre del 1925 – subì il primo attentato della sua carriera politica. Sventato all’ultimo momento.
Il socialista riformista Tito Zaniboni era appostato con fucile di precisione austriaco ad un finestra dell’albergo di fronte, il ‘”Dragoni”.

«Da me la scrivania, in Largo Pietro di Brazzà, è arrivata per caso. Ed è ancora nel mio ex-ufficio al ministero», rivela all’Adnkronos Castiello, ex aennina e poi parlamentare di Fi prima di passare con Matteo Salvini.

«Mi sono sempre chiesta – sottolinea la deputata del Carroccio – come sia stato possibile far finire un pezzo di siffatto valore storico nel chiuso di un deposito, ripeto, al netto dei giudizi di merito su Benito Mussolini». 

Tra notizie frammentarie e voci di “rottamazione”, il “tavolino da lavoro” di Mussolini-ministro degli Esteri se lo ritrovò per caso Marco Minniti, alla fine degli anni ’90, da sottosegretario alla presidenza del Consiglio del primo governo D’ Alema.

«Quando vengo eletto sottosegretario c’è il solito tourbillon delle stanze. E mi assegnarono, casualmente, quella con la scrivania di Mussolini ministro degli Esteri», rivelò Minniti, ospite alla Festa di Atreju di Fdi, nel settembre 2017. Ricordando anche l’interessamento di Giuliano Ferrara. Che volle a tutti i costi vederla per poi commentare: «E’ finita in buone mani».

Leggenda vuole che, nel 2001, se la ritrovò davanti agli occhi l’allora presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Che per motivi di spazio e, forse, anche estetici , decise di spostarla.

«E’ buia in un angolo buio», avrebbe sentenziato il Cavaliere.

Ma poi finì nell’ufficio del suo portavoce e sottosegretario Paolo Bonaiuti. Che spesso ci scherzava su.

Per dieci anni la scrivania – in legno intarsiato e di ampie dimensioni – tornò nel dimenticatoio. Chiusa, probabilmente, in un deposito.

C’è chi dice che fu restaurata . E chi assicura che ne gira una “copia”.

Rispuntò fuori dieci anni dopo, nel novembre del 2011. Quando si insediò a Palazzo Chigi il governo guidato da Mario Monti. Comparve nella stanza assegnata a Enzo Moavero Milanesi, appena diventato ministro degli Affari europei.

Anche Milanesi, braccio destro di Monti, la fece portar via. E la sostituì con uno scrittoio più piccolo e un tavolino per le riunioni. Ma  «solo per ragioni di spazio», «non certo per un fatto ideologico o in nome dell’antifascismo», come precisò lui stesso, smentendo un’indiscrezione di stampa.

Da allora se ne persero di nuovo le tracce. Fino a quando non decise di tenersela la Castiello, sottosegretario del ministro del Sud nel Conte I. Che all’Adnkronos racconta: «Devo dire che, pur non avendo mai utilizzato la scrivania, perché di dimensioni poco compatibili con lo spazio del mio ufficio e per questo finita in un angolo dell’ampio salone destinato alle riunioni, spesso mi sono soffermata ad osservarla».

«La mia – aggiunge l’ex-sottosegretario – non era una attrazione imputabile certo al suo pregio artistico, evidentemente. Ma piuttosto il frutto di un richiamo che l’enorme portato storico, di cui quell’oggetto trabocca, esercitava su di me».

«Si possono, infatti – spiega Castiello, deputata leghista vicina a Salvini – avere legittimamente opinioni diverse sulla figura del Duce, notoriamente quantomeno controversa. Ma non vi è dubbio che, su quella scrivania, siano state scritte e sottoscritte carte e documenti che hanno segnato il destino dello Stato e del popolo italiano, come dell’intera Europa».

«Da me – spiega – è arrivata per caso. Ricordo che l’appartamento del ministero assegnatomi era sostanzialmente privo di mobilio. Cosi all’atto del suo arredamento, prelevata dai nascosti ripostigli, comparve questa imponente scrivania nel mio ufficio che non tardò a destare la mia attenzione. Seppi solo in seguito che altri uomini delle istituzioni, da Minniti a Fini fino a Berlusconi, la ebbero in dotazione. Se la memoria non mi inganna, mi pare di ricordare che il ministro Moavero non la volle. Ma ne ignoro le ragioni».

Commenti

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  • sergio la terza 11 dicembre 2019

    TUTTI ONORATI DI USARE LA SCRIVANIA DEL CAPO CHE AVREBBERO DOVUTA USARE NEL MEGLIO DEL PROPRIO CERVELLO.-

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