Davide Vannoni è morto: fu il padre del metodo Stamina. La sua vita tra scienza e inchieste

martedì 10 dicembre 17:39 - di Redazione
Stamina

Si è spento questa mattina a Torino, dopo una lunga malattia Davide Vannoni. Era il guru del metodo Stamina. La metodica prevedeva l’utilizzo di cellule staminali per trattare patologie neurodegenerative. Aveva 53 anni. A confermare all’Adnkronos il decesso, il suo avvocato Liborio Cataliotti. «Il mio cliente – ha spiegato l’avvocato – era malato da tempo. In occasione dell’ultimo arresto, quando venne accusato di aver ripreso la pratica del metodo Stamina all’estero, era stato condotto anziché in carcere nel reparto delle Molinette. E, poi, successivamente, all’esito della perizia sulle sue condizioni di salute, scarcerato». Vannoni era coinvolto in diversi procedimenti giudiziari. Attualmente era in attesa di giudizio per il processo Stamina bis. Che era stato trasferito a Roma a seguito di un’eccezione sollevata dai suoi difensori.

Vannoni e il caso Stamina

All’epoca di Stamina, Vannoni aveva sperimentato personalmente la terapia in Ucraina ritenendo di averne avuto benefici. Così decise di importarla in Italia. La sua idea era che le cellule staminali (in particolare le mesenchimali) potessero curare le malattie. Soprattutto quelle neurodegenerative. Fermato dai carabinieri nell’ambito di un’inchiesta su Stamina perché, secondo la procura, stava per lasciare l’Italia, venne indagato a Torino per associazione per delinquere aggravata dalla transnazionalità. E anche di truffa aggravata, somministrazione di farmaci non conformi.

Infusioni in Georgia

La procura della Repubblica, non potendo attendere la decisione sulla richiesta della custodia cautelare inoltrata al gip, ne aveva quindi ordinato il fermo. Poi eseguito dai Nas.

Vannoni, secondo la procura, stava cercando una nuova località estera. Dove riprendere l’attività di Stamina per la quale aveva patteggiato una pena a un anno e dieci mesi, con la condizionale. Lo scorso luglio si era diffusa la notizia che alcuni pazienti italiani si erano recati in Georgia per effettuare le infusioni. Dalle intercettazioni emersero «persistenti e reiterati contatti volti a individuare una nuova località estera ove riprendere l’attività».

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