Albanese radicalizzato espulso dall’Italia. Costringeva anche la moglie ad indossare abiti islamici

giovedì 5 dicembre 12:55 - di Fortunata Cerri

Espulso un albanese radicalizzato. La Digos di Venezia in collaborazione con la Digos e con l’Ufficio Immigrazione della questura di Treviso, ha eseguito il provvedimento. Il cittadino albanese è stato imbarcato sul volo aereo diretto a Tirana. Il provvedimento è stato emesso dal prefetto di Treviso. Quella di Florian Saraci è una vicenda complessa. Il 7 febbraio scorso il tribunale di Treviso lo aveva condannato ad un anno di reclusione. Era accusato per il reato di atti persecutori. La Corte di Appello di Venezia ha poi confermato a novembre quella di primo grado.

Albanese espulso, l’indagine

Ma lo straniero era stato ”seguito” dalla Digos lagunare fin dal 2017. In quel periodo era emerso il sospetto che il soggetto avesse posto in essere un processo di radicalizzazione. Ipotesi peraltro supportata da un’importante trasformazione fisica. Rispetto al periodo nel quale era arrivato in Italia era, infatti, notevolmente cambiato. Aveva lasciato crescere una folta barba, tratto comune della religione salafita. L’attività infoinvestigativa ha permesso di riscontrare altri elementi. Saraci aveva mostrato anche una progressiva regressione nei rapporti interpersonali di lavoro. Evitava in particolare di relazionarsi con le colleghe se non obbligato. Poi nel marzo del 2018 aveva rassegnato le dimissioni. Una situazione che non era passata inosservata agli investigatori.

Atti persecutori contro la moglie

Anche sul piano familiare la situazione non era tranquilla. I rapporti con la moglie si presentavano molto tesi. Al punto che la moglie aveva denunciato l’uomo per il reato di atti persecutori. Il gip del tribunale di Treviso aveva in tale occasione disposto la misura della custodia cautelare in carcere.  Per il reato di atti persecutori. Poi l’uomo è stato condannato. La ragione dei litigi, peraltro, era proprio la fede religiosa dell’uomo. Saraci costringeva la moglie a frequentare la moschea. Non solo, la obbligava anche ad indossare abiti da lui ritenuti adeguati alla religione islamica.

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