Strage di Bologna, le molte contraddizioni dei ragionamenti colpevolisti

venerdì 29 novembre 17:56 - di Massimiliano Mazzanti
Strage di Bologna

Strage di Bologna: naturalmente, dopo Enrico Cieri, anche gli altri due pm hanno preso la parola in questa fase finale del processo a carico di Gilberto Cavallini per la strage del 2 agosto. Anche loro hanno chiesto l’ergastolo per l’imputato. Su queste requisitorie – le parti civili e la difesa parleranno a gennaio – bisognerà tornare più volte, tanti sono i motivi di perplessità che suscitano le richieste e i ragionamenti dei procuratori. Già i primi tre sembrano smentire recisamente la formula, pur richiamata più volte, “al di là di ogni ragionevole dubbio”. Che sola potrebbe giustificare la richiesta della pena massima per l’imputato. Cieri, nel suo discorso, ha sottolineato come la vistosa cicatrice che, nei primi giorni dell’agosto ’80, caratterizzava il volto di Luigi Ciavardini renda poco credibile l’alibi dei quattro Nar. I quali non potevano certo girare tranquillamente per Padova, essendo alto il rischio di essere notati.

Bologna, le contraddizioni della cicatrice

È un argomento molto simile, se non identico, a quello che propose il pm del primo processo a carico di Ciavardini. Ma è anche l’argomento che contribuì a farlo assolvere. Infatti, se fosse stato rischioso passeggiare assieme a lui per Padova a causa di quella ferita , ancor più rischioso e assurdo sarebbe stato recarsi a Bologna per compiere un attentato. Cavallini – aggiunge Antonella Scandellari – era un “abilissimo falsario”. E tra i suoi ruoli, nella banda, c’era quello di garantire al gruppo la disponibilità di documenti falsi di ottima fattura. E la pm non ha mancato di elencare i casi in cui Valerio Fioravanti o Francesca Mambro si sarebbero avvalsi di questa abilità del Cavallini.

Tutto corretto, tutto giusto, peccato, però, che questa convinzione – è bene ripeterlo: fondata, fondatissima – contrasti in modo radicale con un’altra tesi. Quella secondo cui Giusva e la Mambro avrebbero avuto bisogno di Massimo Sparti per procurarsi proprio un documento falso per la donna. Tesi che, però, è fondamentale per gli stessi pm per dichiarare ancora una volta – e incredibilmente, vista la letteratura specifica sull’episodio – credibile la testimonianza del pregiudicato romano. Quello che poi è e resta il “teste chiave” dell’accusa.

Si tenta di quadrare il cerchio del colpevolismo

Infine, Antonello Gustapane, il quale non si è reso conto – nel tentativo di quadrare il cerchio dell’ipotesi colpevolista del suo ufficio – di aver smentito radicalmente ciò che aveva argomentato la mattina. Infatti, dopo aver cercato di dimostrare gli elementi della “premeditazione” della strage di Bologna, Gustapane ha detto come. I quattro si risolsero a compierla quando, alle 7.15 del 2 agosto, ebbero notizia del rinvio a giudizio di Mario Tuti per la strage dell’Italicus. Ora, a parte la bizzarria logica del movente, conseguenza del ragionamento è che se Cavallini e gli altri non avessero ascoltato la notizia, non avrebbero compiuto l’attentato. Oppure che se fosse stata archiviata la posizione del toscano, non sarebbero andati a Bologna a collocare la bomba. Oppure ancora che, se quella mattina la radio avesse mandato in onda una canzone invece del tg, non si sarebbe consumato l’attentato.

E tutto ciò contrasta vistosamente con la pretesa “premeditazione” e con le necessità organizzative che impongono un attentato come quello di Bologna. Per non parlare, poi, del fatto che, se anche il pm ammette che alle 7.15 i quattro erano appena svegli a Villorba di Treviso, non avrebbero potuto raggiungere Bologna prima delle 10.25. Dunque, se i presupposti maggiori sono questi, sarà necessaria tanta, ma tanta fantasia alla Corte d’assise. Per motivare una sentenza che regga anche i successivi gradi di giudizio, poiché fatalmente risulterebbe “al di qua d’ogni ragionevole dubbio”.

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