Greta Thunberg rischia il Nobel per la Pace. Ma dopo Arafat e Obama, perché no?

giovedì 10 ottobre 15:46 - di Antonio Pannullo

Greta Thunberg otterrà domani il Premio Nobel per la pace? Lo dicono tutti e lo sperano molti. Dopo aver visto il Premio andare a Obama, Arafat, Mandela e Jimmy Carter, non ci stupiamo di niente. Potrebbe essere possibile che il simbolo mediatico della lotta al cambiamento vinca il Premio. Certo, Greta non è Albert Schweitzer, né il Dalai lama né Lech Walesa. Ma questi sono i tempi e dobbiamo accontentarci. La globalizzazione del pensiero unico ci potrebbe pure imporre una Greta Nobel. Ma non è detta l’ultima parola. Si fanno anche altri nomi oltre a quello di Greta. Quello del premier etiope Abiy Ahmed. Oppure Alexis Tsipras e Zoran Zaev per il poco avvincente accordo sul nome della Macedonia. Greta però ha parlato all’Onu, ha incontrato i grandi della Terra. Poi con la complicità dei media ha ispirato milioni di ragazzi a scendere in strada. Ma forse contro di lei giocano alcuni fattori, a partire dall’età. Finora la più giovane è stata la pachistana Malala Yousufzai, premiata a 17 anni nel 2014 per l’alfabetizzazione femminile. Anche la sua candidatura, dopo che era sopravvissuta a un tentativo di omicidio islamista, era stata preparata a lungo. Greta ha solo 16 anni e alcune sue affermazioni sono considerate eccessive. Come la “vergogna” di usare i voli aerei. La grancassa su Greta è poi esplosa di recente, mentre il processo per vagliare le candidature inizia a febbraio.

Non solo Greta, altri nomi in lizza

Come si diceva, una scelta classica potrebbe essere il primo ministro dell’Etiopia. Ahmed infatti ha ottenuto la pace con l’Eritrea. Tuttavia l’accordo con l’Asmara non è poi stato completamente attuato e l’Etiopia ha sperimentato quest’anno nuove violenze. Il comitato norvegese del Nobel potrebbe anche premiare insieme l’ex premier greco Tsipras e il primo ministro della Macedonia del Nord Zaev. Costoro hanno sfidato le rispettive opinioni pubbliche mettendo fine all’annosa e noiosa controversia sul nome della Macedonia. Sempre per il clima, c’è il capo indigeno Kayapo Raoni Metuktire. Costui è impegnato in Brasile nella difesa dell’Amazzonia. Invece il presidente brasiliano Jair Bolsonaro è accusato falsamente di lasciar bruciare il polmone della terra. Si potrebbe anche scegliere il tema della libertà di stampa. Fra i candidati ci sono l’organizzazione Reporter senza frontiere. Ma anche i giornalisti birmani della Reuters Wa Lone e Kyaw Soe Oo. Sono stati condannati in Myanmar per la loro inchiesta sulla persecuzione dei Rohingya. Il premio sarebbe in questo caso uno schiaffo ad Aung San Suu Kyi, altro Nobel per la pace. Oggi è accusata per non aver difeso i Rohingya arrivata al potere.

Poi ci sono i sempre attuali clandestini

Un altro tema possibile è quello dei clandestini. Si potrebbe premiare l’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr). Quest’agenzia è stata però già premiata due volte, nel 1954 e nel 1981. A batterla è solo il comitato Internazionale della Croce Rossa con tre riconoscimenti. Ci sono poi nomi ricorrenti come Papa Francesco e la cancelliera tedesca Angela Merkel. E anche la sconosciuta per noi premier neozelandese Jacinda Arden. Il presidente americano Donald Trump ha detto più volte di meritare il premio. Se lo presero Obama e Carter, ha ragione lui.

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  • otello pedini 11 ottobre 2019

    La credibilità del Nobel è pari a quella della Marchi

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