Renato Zero non si piega: il nuovo cd è una ribellione al politicamente corretto

lunedì 30 settembre 16:34 - di Desiree Ragazzi

La condanna all’aborto, il rapporto tra madre e figli e quello con Dio. La crisi delle nascite e la fuga dei cervelli. Renato Zero torna ad opporsi al pensiero dominante. E torna tradizionalista proprio nel periodo in cui c’è la maggiore omologazione. Nel nuovo album, Zero il Folle (Tattica), in uscita il 4 ottobre e presentato nel giorno del suo 69esimo compleanno a Roma, fa una fotografia impietosa della deriva che ha preso la società prendendo una posizione controcorrente. «Voglio festeggiare Zero per avermi strappato a 15 anni dalla noia, per avermi infuso il desiderio di cambiare vita», ha detto all’Auditorium Parco della Musica, in un incontro aperto non solo agli addetti ai lavori ma anche ai fan, che ringrazia per «avermi permesso di non allontanarmi dalla mia passione». Lui, Renato, che si definisce «portatore sano di coraggio», ha ormai fatto pace con Zero, Zero il folle, perché «folle è chi sogna, chi è libero, chi provoca, chi cambia». «Non è facile averli insieme, Zero era diventato troppo invadente, l’ho dovuto rimettere a posto».

Ed eccolo quindi riprendere il filo con quei brani che parlavano di Dio e di aborto. Brani che hanno fanno la storia della canzone italiana. Come non ricordare Più su, una delle canzoni più belle scritte con un altro grande artista, Dario Baldan Bembo, contro l’aborto: «Canto e piango pensando che un uomo si butta via… che una madre si arrende e un bambino non nascerà». E così anche Amico, scritta sempre con Baldan Bembo, con parole che hanno colto nel segno: «E tu ragazza pure tu, che arrossivi se la mano andava giù ritorna a pensare che sarai madre ma di chi, di lui che è innocente che non si dica figlio di». E c’è poi Il Cielo in cui celebrava il rapporto con Dio: «E non c’è pietà per chi non prega, e si convincerà che non è solo una macchia scura il cielo…». Renato Zero si era smarcato anche dall’utero in affitto e in un’intervista ad Avvenire lo aveva detto chiaro: «La cosa bella di un figlio è la sua imprevedibilità, la magia di una promessa che fiorisce. Quando mettiamo al mondo un essere non ne siamo proprietari, abbiamo solo favorito il suo intervento sulla terra, e questi bambini, tolti alle madri dopo il parto, non sono orfani, ce l’hanno una mamma ma non sapranno mai chi è».

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