Gervasoni epurato dalla Luiss per un tweet. Campi e Porro: attentato alla libertà di pensiero

21 Set 2019 13:54 - di Redazione

“Oggi è un giorno triste per la libertà di espressione. La Confindustriale Luiss, caccia il professor Marco Gervasoni per un tweet contro la nave Sea Watch. Ma lo fa solo quando cade il governo gialloverde. Boccia e gli altri professori zitti. Oggi voglio parlare solo di questo: i giornali sono carta straccia se non difenderanno, indipendentemente dalla loro opinione, il diritto di Gervasoni a poter dire la sua”. Lo scrive Nicola Porro sul suo blog a proposito della vicenda che ha coinvolto il docente Marco Gervasoni, che ha riparlato del suo caso durante la festa di Atreju, dove è stato invitato a presentare il suo libro “La rivoluzione sovranista”.

Marco Gervasoni, docente di storia, aveva rilanciato una tesi di Giorgia Meloni, e cioè che la nave Sea Watch doveva essere affondata una volta sbarcati tutti i migranti: “Ha ragione Giorgia Meloni la nave va affondata. Quindi Sea watch bum bum, a meno che non si trovi un mezzo meno rumoroso”. Per questo tweet, che risale a tre mesi fa, si era mossa anche l’Anpi contestando a Marco Gervasoni il diritto di poter insegnare, anche se lui nelle aule universitarie non ha mai fatto politica.

Siamo al paradosso dunque di un paese dove ci si mobilita per la prof di Palermo che non ha adeguatamente controllato il contenuto, tutto politico, di una ricerca dei propri studenti mentre tutto tace dinanzi all’epurazione di un docente universitario a causa di un suo tweet. Tutta la sinistra, nel caso dell’insegnante di Palermo, gridò alla dittatura mentre per Gervasoni non accade altrettanto.

A Gervasoni ha espresso solidarietà anche Alessandro Campi, che parla di “autentico attentato alla libertà intellettuale e di pensiero (tragicamente paradossale visto che stiamo parlando di un ateneo che si picca del titolo di liberale e dove hanno insegnato Maestri della ‘società aperta’ quali Dario Antiseri o Luciano Pellicani)”. E ancora: “La mia impressione è che non si tratti più nemmeno di censura, intolleranza o repressione del dissenso, ma di qualcosa di più sottile e grave: del prevalere del conformismo, dunque dell’uniformità delle idee, rispetto a qualunque pluralismo. Il mondo della cultura, a partire da quella accademica, cresce attraverso il confronto – anche aspro – tra posizioni differenti e distanti. L’esistenza di un mainstream politico-intellettuale al quale tutti debbano attenersi, pena l’espulsione dal consorzio civile e dalla sfera pubblica, mi fa davvero orrore. Oltre al piccolo particolare che le posizioni conformi al sentimento dominante sono anche spesso quelle più
inutili e noiose”.

 

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