Conte bis, tutto questo casino per fare fuori i due ministri che non piacevano a Salvini?

mercoledì 4 settembre 17:34 - di Gloria Sabatini

C’è qualcosa di nuovo oggi nell’aria, anzi d’antico. La squadra del governo Conte bis, solennemente declamata dal neo-ex-post premier, non svetta per stature eccelse, non resterà alla storia per correttezza istituzionale nella sua genesi né per coerenza dei protagonisti. Al di là delle procedure bislacche, dei metodi da primissima Repubblica, dei sorrisi impettiti di Conte, che da grigio professore eterodiretto dai gemelli diversi Salvini-Di Maio è diventato lo statista del momento, c’è un dato che balza agli occhi. A scorrere la lista dei ministri che affiancheranno il signor Giuseppi (come lo ha chiamato Donald Trump), tra nuovi e vecchi dinosari, stessi nomi per dicasteri diversi, mancano due protagonisti assoluti, nel bene e nel male, del primo governo Conte: Danilo Toninelli ed Elisabetta Trenta. Di loro non c’è traccia, buttati a mare come ferri arruginiti.

Conte lascia a terra Toninelli e Trenta

Nemmeno una piccola ricompensa per il più naif della squadra gialloverde, il responsabile dei Trasporti, oggetto di satira e vagonate di ironia sul web. Il Danilo nazionale rimasto intrappolato nel dossier sulla Tav, quello del tira e molla sulle grandi opere, degli svarioni lessicali, quello della gaffe del tunnel del Brennero che – disse testualmente – «usano in tanti». Lo stesso per la ministra della Difesa, la sorniona Elisabetta alle prese con i flussi migratori e con un ministro dell’Interno deciso a non farsi dare lezioni. Anche per lei, che pure si è battuta come un leone contro il pericoloso Salvini nel nome dell’accoglienza umanitaria, neppure un “grazie”. A entrambi il Conte 2 dà un sonoro benservito. Può succedere, si dirà. Ma poi viene da notare: non erano proprio loro i ministri che il vicepremier leghista avrebbe voluto fuori dall’esecutivo gialloverde per sostituirli con due profili più adatti alla bisogna, più idonei al ruolo? Chi non ricorda gli scontri tra Salvini e Toninelli sull’Alta velocità, e non solo? Chi non rammenta i continui bracci di ferro tra il Viminale e la Difesa sul destino delle navi delle Ong transitanti per il Mediterraneo? Neppure il guanto di sfida lanciato a Salvini a metà agosto, in piena crisi di govero, quando la Trenta metteva in guardia dal rischio di riaprire con la Lega («chi ha tradito una volta, può farlo ancora») l’ha messa al riparo dalla pensione. Ma allora viene da chiedersi: perché adesso e non prima? Per vendetta? Per beffare il nemico (alleato fino al giorno prima)? Non si potevano togliere di mezzo senza fare tutto questo rumore? Senza infliggere agli italiani quattro settimane di inferno, di suspence, di inciuci annunciati, di tavoli incrociati, di suspense, di consultazioni per venire a capo della crisi più pazza (e più indecente) della storia repubblicana. Forse sì. Certo i dem sarebbero rimasti nell’angolo, dove li ha situati il voto elettorale. Certo Salvini ci ha messo del suo a staccare la spina senza fiutare a sufficienza l’aria che tirava, fidandosi troppo dell’uomo del Colle o dell’avversario Zingaretti. Ma questa è un’altra storia.

 

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