Il viaggio dei migranti e la retorica delle ovvietà che diventa tarlo dell’inconscio

lunedì 1 luglio 12:22 - di Andrea Migliavacca
migranti

Riceviamo da Andrea Migliavacca e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,

Capita spesso, in particolare nelle notti insonni, di percorrere, nei labirinti della nostra mente, corridoi obbligati da pensieri dominanti; e tali sono, perché condizionati dalle insolute questioni della vita quotidiana o perché, altrettanto spesso, indotti dalla martellante informazione, concentrata ad esaminare e – al posto nostro – risolvere il problema del momento.

In questi giorni non si parla d’altro; ci si pensa, anche se non si vorrebbe. È il caso della Sea Watch 3 (o della “capitana”, Carola Rakete, e/o delle sottese ONG) ad occupare il dibattito.

Ecco, dunque, che il tarlo dell’inconscio, sul quale i messaggi subliminali hanno svolto egregiamente il loro compito, inizia il suo lavoro. Impossibile resistergli ed ora che ci ha condotto in quel pertugio, occorre percorrere tutto il dedalo, per uscire da quel tortuoso tracciato, spesso lastricato di ovvietà, con una soluzione: giusta o sbagliata che sia.

Nel rumore di sottofondo si percepiscono distintamente alcune parole di persuasione, quelle che dovrebbero guidarci, condizionando la direzione da prendere.

Prevale l’idea (indotta) che l’azione delle ONG sia legittima: persone e mezzi (con ciò intendendosi anche ingenti quantità di denaro), al servizio di quegli sciagurati che, per migliorare la loro condizione di vita, affrontano la traversata del mediterraneo, e prima ma in una buona parte, un lungo cammino sulla terra ferma. Un viaggio scriteriato, nel quale mettere a repentaglio la propria vita e, seppur raramente, anche quella di un figlio, verso un presumibile miglioramento della propria condizione di vita. Perché interromperlo sulle coste africane? O meglio perché impedire che una volta raggiunto il mare aperto (ovvero appena superato il limite del mare territoriale) si giunga all’anelata destinazione: l’Europa, anzi, l’Italia. Ecco, dunque, che puntualmente intervengono le navi delle ONG.

Nel nostro quasi onirico, ma sicuramente statico, viaggio nell’inconscio, è inutile indagare sulla ragione che ha spinto ciascuno di quei migranti (termine convenzionale, ugualmente imposto) a lasciare la loro terra natale, perché il pensiero che ci viene imposto non coinvolge il motivo della scelta (ragioni economiche, climatiche, umanitarie o propagandistiche), ma a come aiutare a portarla a compimento: quindi, intanto, a sbarcare.

Inutile pensare al futuro, con ciò intendendosi il medio e lungo periodo. Occorre concentrarsi sull’oggi. Per il domani, secondo il suono che echeggia nel pensiero indotto (corroborato numerosi ed insigni esperti del diritto e del mare), si avrà modo di pensare.

Ma oggi è già domani, perché li vediamo per le strade, smarriti, indigenti e spesso violenti; anche loro hanno esigenze primarie (e secondarie). Quando non saremo più in grado di soddisfarle, con spirito di accoglienza, non è difficile immaginare quale sarà la modalità.

D’un tratto, quelle parole d’ordine “accoglienza”, “salvataggio” e “umanità”, accompagnate da concetti giuridici come “stato di necessità” o “stato di bisogno”, che il nostro ordinamento spesso e (giustamente) severamente circoscrive, scompaiono, in questo tragitto dantesco, ed affiora il ricordo dell’infallibile regola per uscire dal labirinto: quella della destra o della sinistra. Equivalenti, perché entrambe conducono all’uscita.

Per una coincidenza, chi scrive ha adottato la regola della destra ed invece di leggere “uscita” ha trovato la scritta “cattivo”; perché, ammesso che si possa parlare di salvataggio in mare, oggi, si è preventivamente posto, il quesito di come li salveremo domani. Domanda retorica e quindi inutile. Con lo strumento del cattivometro, il risultato finale è: “moderatamente cattivo”.

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