Il partigiano comunista Tortorella a Veltroni: Piazzale Loreto fu un’esplosione di odio

mercoledì 10 luglio 14:03 - di Redazione

Continuano sul Corriere della sera le interviste di Walter Veltroni sui misteri e la storia della Prima Repubblica. Dopo quella a Rino Formica, oggi è il turno di Aldo Tortorella, partigiano, ex membro della segreteria del Pci, ex direttore dell’Unità, collaboratore di Berlinguer, fu tra i capi comunisti che si opposero alla svolta di Occhetto.

E’ una lunga intervista quella in cui Tortorella ripercorre le vicende del Pci, ma in particolare si sofferma sul fascismo, riconoscendo che ebbe “un grande consenso”. “Le cose – spiega – sono cambiate con l’inizio dei bombardamenti, con le sconfitte dell’esercito e con la follia della spedizione in Russia. C’era sempre una ritirata ed era sempre strategica. Allora gli italiani cominciarono a ritirare il consenso al regime. E cominciò a crescere la simpatia verso il movimento clandestino nelle città e anche in montagna. Ma il fascismo ebbe consenso popolare, non dimentichiamolo mai”.

Passa poi a parlare della fine di Mussolini, e sconfessa l’esplosione di odio che si registrò a Piazzale Loreto. Parole importanti, soprattutto in una fase in cui ciò che avvenne a Piazzale Loreto è diventato il simbolo di un antifascismo “buono” e “civile”. Interessante considerare, allora, che per chi c’era, per chi era all’epoca dalla parte degli antifascisti, non fu così. Quel vilipendio di cadaveri appesi a testa in giù non va mitizzato, non va riattualizzato, non va giustificato. Queste le parole di Tortorella:  “La cosa terribile è che c’è stato l’incanaglimento della gente, l’esplosione dell’odio. Ma parliamo di giorni terribili, al culmine di una guerra civile in cui i fascisti avevano compiuto orrori indicibili. A piazzale Loreto erano stati esposti i corpi dei ragazzi antifascisti trucidati. Io li avevo visti, con le mosche che giravano attorno ai loro corpi e con i fascisti in armi che vigilavano perché nessuno li potesse portare a seppellire, neanche i parenti. E c’era gente che piangeva, uno spettacolo terribile. Io ero a Milano in quel momento. L’odio è una bestia orrenda”.

Infine, per Tortorella il ’56 fu l’occasione mancata per la sinistra italiana, un momento discriminante, il momento in cui Palmiro Togliatti non seppe dire di no a Mosca: “Io avevo deciso di andarmene – racconta Tortorella – Tieni conto che nel ’56 io mi sono laureato con una tesi sulla idea di libertà in Spinoza. Dopo la laurea succede questo casino in Ungheria. Ce l’ho di là. Ho provato a rileggerla, ma ormai è troppo difficile per un vegliardo. Forse era di qualche valore, tanto che Banfi voleva pubblicarla: Spinoza non solo come eroico assertore della libertà politica ma come teorico della libertà più alta, quella interiore. La tesi che sostenevo era che la libertà politica non è tutto, esiste una dimensione maggiore: la libertà interiore. Per questa mia convinzione profonda me ne stavo per andare. Mi hanno trattenuto Antonio Banfi e Pietro Ingrao. C’era la Guerra fredda… Erano tempi duri. Fui portato a far prevalere la priorità della scelta di stare nel partito rispetto alle mie convinzioni”.

 

Commenti

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  • antonio 11 luglio 2019

    A egregie cose il forte animo accendono l’urne dei Forti, Che orrore quella foto.

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