Gazzetta Ufficiale, quando si fa firmare il pasticcio Rixi al presidente Mattarella

venerdì 14 giugno 13:02 - di Francesco Storace

Benedetta ipocrisia. Guai a far sapere ai posteri perché un certo giorno dell’anno del cambiamento il viceministro Rixi abbandonò il governo del paese con le dimissioni. Perché la Gazzetta ufficiale – somma carta preferita dal regime democratico senza la libera informazione che tanto fastidio dà a Di Maio – non dice nulla in proposito.
E’ stato appena pubblicato il decreto di revoca dell’incarico dell’esponente leghista, mascherato come “accettazione delle dimissioni rassegnate”. In effetti, c’era tanta rassegnazione.

Il “concerto” con Toninelli. E perché se si è “dimesso”?

Rassegnazione ad un clima giustizialista pompato ad arte dall’alleato di governo. Ma in Gazzetta Ufficiale non c’è scritto nulla che faccia capire perché. Di più, con uno svarione abbastanza inusuale.
Si scrive nelle premesse: “Sulla proposta del Presidente del Consiglio dei ministri, di concerto con il Ministro delle infrastrutture e dei trasporto”. Ma se si è trattato di dimissioni, che c’entra il “concerto” fra Conte e Toninelli? Che diamine hanno fatto firmare al presidente Mattarella? Nulla di grave, per carità, ma è indice di superficialità persino nelle pratiche istituzionali. Quasi che la burocrazia abbia mollato la presa, tanto che con questi non c’è più nulla da fare.

Non far sapere ai posteri perché se ne è andato

Ovviamente, nessuna traccia dei motivi delle dimissioni.
Nell’ordine: 1) la condanna in tribunale. 2) le minacce di Di Maio e compagnia. 3) il contratto di governo. 4) la legge Severino.
Nulla di tutto questo, a nascondere la polvere sotto il tappeto. E’ l’informazione che piace a chi governa, quella che non deve spiegare al popolo ciò che succede a palazzo.
Chissà quanto la Gazzetta rispetto a Radio Radicale, potremmo chiederci. Ma è ora di uscire dalla palude ipocrita e decidersi finalmente a raccontare la verità. Hanno fatto a pezzi ogni garanzia travolgendo un membro di governo. Anche io mi dimisi da ministro, la lo decisi da solo. Senza “concerto” e senza alleati impegnati nella caccia all’uomo. Non c’era bisogno di usare la firma del Capo dello Stato per raccontare balle.

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