Eutanasia, Meloni: «Con Noa abbiamo perso tutti. È la sconfitta di un’intera civiltà»

mercoledì 5 giugno 10:54 - di Stefania Campitelli

La vita ha perso. Abbiamo sbagliato tutti. La vicenda straziante di Noa, la diciassettenne olandese che ha scelto l’eutanasia per farla finita dopo anni di sofferenze psichiche in seguito a violenze sessuali subite giovanissima, ha convolto il mondo e riaperto il dibattito sul suicidio assistito,  introdotto nei Paesi Bassi nel 2001. La ragazza di 17 anni è morta nel salotto di casa sua, con al fianco i genitori, sotto l’assistenza medica fornita da una clinica specializzata,

Enorme l’eco e la commozione in Italia, dove, come per tutti i grandi temi eticamete sensibili, l’opinione pubblica è spaccata e gli esperti divisi. In prima linea per la legalizzazione l’associazione Luca Coscioni, dal mondo cattolico, dal fronte pro-life e da molti esponenti di centrodestra si leva l’appello a favore della difesa della vita e si punta l’indice sul declino dei valori di un’Europa «sempre più piegata alla cultura della morte».

Sconvolta per l’epilogo di Noa, forse l’unico caso in cui l’eutanasia viene accordata per ragioni psichiatriche e non fisiche, Assuntina Morresi, del comitato nazionale di Bioetica: «Quando la morte viene considerata un rimedio, vuol dire che l’umanità si trova di fronte a un baratro Soprattutto se a offrire questo rimedio è lo Stato. Così tutto viene ribaldato: l’asse dei valori, la professione medica, l’umana solidarietà. Muore la speranza». Si dice seza fiato Giorgia Meloni: «Noa Pothoven ha chiesto e ottenuto l’eutanasia. Noa aveva 17 anni. Era stata stuprata, e non si era mai ripresa. La sua morte è una sconfitta per tutti: è la sconfitta di un’intera civiltà che ha smesso di difendere la vita, è la sconfitta di un’Europa che non riesce a stare a fianco alle donne vittime di violenza. Con la morte di Noa – scrive la leader di Fratelli d’Italia sul suo profilo Facebook – il suo stupratore ha vinto due volte. E non è giusto. Io non mi arrendo e continuerò a lottare contro la cultura della morte, contro una società insensibile che abbandona le persone fragili e offre alle vittime solo la possibilità di morire per alleviare il dolore».

Tranchant Fabio Rampelli: «L’Olanda accompagna una ragazzina di 17 anni, fragile e depressa, a morire. Questo omicidio è il punto di non ritorno per un’Europa mortifera e funesta. Denatalità, abbandono degli anziani, demolizione della famiglia naturale, aborto come contraccettivo, sostituzione dell’economia con la finanza, del lavoro umano con l’automazione, della vita con l’eutanasia o con l’assistenza al suicidio – scrive su Fb il vicepresidente della Camera di Fratelli d’Italia – non sono importanti le sue merci né i suoi confini, sono la sacralità della vita e i suoi valori la vera forza dell’Europa e dobbiamo difenderli da questi barbari».

Paola Binetti, pischiatra e senatrice dell’Unione di centro, parla di «morte di Stato, che è sordo alle ragioni cuore», una pessima lezioni di cui dovrebbe fare tesoro il Parlamento italiano che, sotto la pressione della Corte Costituzionale, sta lavorando ad una legge sull’eutanaia sulla scorta dell’Olanda, che ha fatto da apripista in Europa (nel 2017 quasi il 5 per cento di morti per eutanasia) e ha via via allargando le maglie della legge, fino ad arrivare pochi mesi fa anche all’eutanasia dei minori. È di queste ultime settimane il pressing del presidente della Camera, Roberto Fico, per accelerare l’iter di una proposta di legge di cinque deputati di Leu, lo scorso marzo il ministro della Salute, con un tempismo sospetto, ha sollecitato pubblicamete una legge sul tema sulla scorte della filosofia del “diritto a morire”. In realtà Noa in tutti questi anni di battaglia rimbalzate sui social ha chiesto aiuto alle istituzioni sanitarie senza riceve comprensione. «A dicembre  – fa notare Binetti – aveva raccontato ai media olandesi di aver provato a contattare una clinica per il fine vita all’Aja. Voleva morire, ma voleva soprattutto uscire dallo stato di sofferenza e aiutare altri giovani come lei a curarsi, a reagire allo stato depressivo. Ma soprattutto voleva denunciare un fatto eclatante: in Olanda non esistono istituzioni o cliniche specializzate per ragazzi con questo tipo di problemi. Noa ha scelto di morire perché non è riuscita a curarsi». Per la psichiatra Maria Rita Parsi il suo gesto  è stato un fortissimo atto d’accusa a «chi l’ha violata e anche alla società intorno. La domanda è se introno a lei c’erano le persone giuste per aiutarla a salvarsi».

Sui social tanti medici si chiedono come sia possibile che i “colleghi olandesi” abbiano potutot arrivare a questo orrore. Alcuni parlano di “società di Barbari. “Che la ragazza fosse sotto choc dopo una così brutta esperienza è comprensibilissimo ma si può chiamare “Società civile” una mazione che non cura con psichiatri o psicologi una ragazza chiaramente malata e “fuori di senno” come la povera Noa Pothoven ma, anzi, le facilita la morte?”.

 

 

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